Per eccessiva autostima oggi ho comprato una t-shirt senza prima provarla. Tornato a casa l’ho indossata e ho scoperto che no, al massimo la posso usare d’estate senza nulla sotto e magari fra qualche kg in meno. Lì per lì, circondato da manichini anoressici, da commessi mentretuseiinpausapranzoiosonoinpalestra e altri clienti nati negli anni 90, mi sono sentito abbastanza arrogante da commettere questo insano gesto.
In compenso ho comprato scarpe di una taglia più grande quindi l’equilibrio cosmico è salvo. E’ che dopo mesi di ricerche eccole lì, finalmente palesate, ed è stato un momento che nemmeno il principe e cenerentola (impersonati per voi da Bakis e Bakis: “prego, introduca il suo piedino qua” “uh!”). La commessa non poteva capire le mie risatine interiori.
Però ho poi riflettuto sulla metafora evidente in tutto ciò (perché c’è sempre l’allegoria: ogni cosa rimanda a qualcos’altro, basta scegliere: pick one).
La maglia stretta, la vita che ti piace ma in effetti non ti va a pennello, quel locale interessante ma la musica insomma, la scarpa larga, le amicizie che si ok però finchè non sbuca la dolce metastasi, la voglia di fare e il tempo di realizzare, e cose così.
E con addosso la maglia stretta a righe colorate e le scarpe larghe verdi, prima di uscire, mi son messo a giocare con la tastiera e ho deciso che se continuo questo pezzo e aggiungo qualcos’altro poi esplode. Mi piace ma non mi soddisfa, sto ancora cercando la mia strada sonora.
Ma in fondo anche io sono un po’ così.
Incasinato di sovrastrutture, decoupato di cazzate, colorato, sguaiato, pieno di stecche, sfumato nei punti sbagliati, mixato male, però, forse, tutto sommato…