Per chi dice che ormai scrivo soltanto geniali twit, pubblico questo raccontino scritto qualche mese fa per il Forum Passaparola, a tema "Il potere creativo della parola", ritrovato oggi.
// Ovviamente lo spedii in ritardo quindi non è stato incluso nella serata.
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<<Fiat lux>>. Così – pare – disse Dio.
E tanto bastò per creare la luce e dare il via a tutto il susseguirsi di casini e implicazioni che conosciamo: l’universo, i pianeti, l’ossigeno, la vita, l’uomo, i tradimenti e i modelli unici 740. Aggiungete quel che vi pare: tutto ha comunque avuto inizio dalla parola.
Ed è sulla base di questa nozione teologica, conficcatasi nella mia testa da un’età immagino prepuberale, che ho sempre avuto il massimo rispetto per la parola nelle sue mille forme e rappresentazioni e, soprattutto, per il suo sconfinato potere.
Ora, non è che voglia paragonarmi a Dio: magari nel mio caso, in quanto esemplare di umano tecnicamente piuttosto standard, la parola ha un potere non tanto nella realtà fisica (sì, ora vorrei tanto si materializzasse un bel Cosmopolitan proprio qui, accanto al monitor) ma dentro l’animo della gente, questo sì.
La parola è un’azione, e se studiata e misurata con intelligenza può ottenere un preciso risultato quanto un complicatissimo calcolo matematico. E’ un’osservazione ovvia, ne convengo, ma sono convinto che pochi abbiano realmente verificato nella pratica e a proprio vantaggio questo potere.
Se ci pensate, nel loro piccolo anche queste parole avranno probabilmente già sortito un effetto: ora vi starete aspettando qualche storiella dimostrativa su come e su chi io abbia esercitato questo potere e quali conseguenze abbia avuto. Ma non mi interessa condurvi da qualche parte con il mio ragionamento, immobilizzarvi e scovare un concetto nella vostra testa, prelevarlo, cambiargli di posto e aspettare che generi nuove scariche di pensieri e una visione del mondo anche di un atomo diversa da quella precedente.
Piuttosto sono qui davanti a scrivere queste parole perché esse sprigionino la loro carica creativa su me stesso. Sulla stessa persona che le sta scrivendo, già: una sorta di auto-agguato o auto-terapia, chiamatela come volete.
E’ appunto perché so che quando dici una cosa, essa diventa reale: i segreti non esistono finché non vengono rivelati, e solo allora essi trafiggono le membra di chi li ha uditi.
E per i sentimenti è qualcosa di simile.
Dapprima sono dei feti informi, poi si sviluppano e ci parlano. C’è chi non li sente per davvero e chi finge di non udirli, ma in entrambi i casi: dagli un nome, cerca di descriverli, ed essi sono lì davanti, materiali come statue o edifici, e non puoi ignorarli.
E così, vittima di me stesso, della mia stessa propensione a dare un nome alle cose e creare nuove realtà, ho creduto in un nuovo sentimento, in nuove possibilità, ho generato conseguenze fin troppo abbondanti rispetto alla reatà oggettiva. Sarà una deformazione professionale o (in fondo forse è vero) un complesso da volevo-essere-Dio-ma-sono-solo-un-umano-piuttosto-standard.
Ora non mi rimane che riniziare da capo.
Enunciare questo buon proposito, imprimermelo in testa affinché mille occhi e mille teste possano dargli corpo e oggettività. Perché magari per un momento tutto mi possa sembrare davvero reale e non solo una mia immaginazione o una serie di byte concatenati su questo invisibile foglio elettronico.
Ora credeteci, per un secondo, insieme a me. Facciamo che per davvero la parola abbia un potere, un potere creativo. Ognuno in un momento diverso – ma inevitabilmente tutti contemporaneamente lungo la fila di queste lettere e in questo punto della pagina: qui – possiamo crederci e vedrete che è così, lo è sempre stato e sempre sarà.
Io ci credo e sarò qui ad aspettarne le conseguenze - e con esse l’inizio di una storia tutta nuova.