Innamorato di me stesso / ma non corrispondo




giovedì, 19 marzo 2009

[ ]

Stringo quella foto di me alle elementari con in mano una matita e un sorrisetto serrato. Da piccolo facevo sempre questi sorrisi stretti stretti con gli occhietti socchiusi.
Mio padre mi diceva piccato: sorridi bene, mostra i denti, così! E per spiegarsi faceva un’espressione per nulla sorridente o felice o divertente. E io che nei disegni dei cartoni animati vedevo quella curvetta disegnata sul viso, pensavo che il vero sorriso fosse come lo facevo io, con gli angoletti delle labbra rivolti verso l’alto.

Stringo quella foto e di me non rivedo più niente in quei tratti immaturi, i capelli, le manine grassocce, quella fragilità così tranquillamente esposta.

Eppure mi hanno riconosciuto tutti, subito, come sempre, come ormai sono abituato.
Anche il ragazzo del piano di sopra, il fratello dell’ex-moglie di mio zio. Quello drogato di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, se non dalle brevi parentesi di mia madre, che nei racconti degli ultimi momenti di questi giorni ci ha dipinto le scene con lui che dalla finestra del piano di su la vedeva aggirarsi per i corridoi e aveva già capito tutto, tanto che durante l’ultimo litigio con la madre – ora via, da qualche altra parte – mentre minacciava di ucciderla, decantava l’affetto nei confronti di mia nonna.

Ci ha visto scendere dalla macchina e ha iniziato a lamentarsi e a piangere, in quel modo privo di filtri o forse di pudore tipico solo dei pazzi o dei malati.
Ho preso mia sorellina per il braccio e siamo volati su.

A ogni scalino una lega in fondo a questo passato che pare davvero non riguardarmi più.

**

In casa mi investe l’odore di caffè.
In cucina una signora bionda che non ho mai visto prima ma che identifico subito come Sig.Franca, la signora tutto fare, presenza costante di casa dei miei nonni; mi saluta con il nome di mio fratello e continua a riempire la caffettiera lamentandosi – boh ma cantu caffei buffanta, esti de is cattru ca seu faendi caffei unu a pitz’e s’atru, poi m’inci toccara a ‘du fuliai…

Mia sorellina si avvia per il corridoio affollato verso camera di mia nonna, e sento che comincia a piangere già prima della destinazione, dando il via a mio nonno, sul capezzale, che – evidentemente - ricomincia un lamento straziante.
Mi spiego le facce tese che non capivo. Tutto c’era fuorché essere tesi, ma ora capisco: è per chi rimane che bisogna preoccuparsi.

Mi aggiro per le stanze, tra le teche contenenti le svariate collezioni di mio nonno. Orologi, minerali, telefoni antichi. Nel grande soggiorno nessuno, solo la gabbia con l’uccellino che continua a cinguettare al sole.
La gente va e viene, ogni tanto qualcuno mi saluta, mi scambia per mio fratello, cerca di farmi rinvenire ricordi che a volte vengono su, altre volte no. Saluto qualche ragazza in cui rivedo le mie cuginette di tanti anni fa.
Dalle stanze a volte piccole risatine o pezzi di frasi più distinte, momenti di gioia nel rivedersi che scampano alla mestizia del momento.

Poi nonno si calma, lo portano in salotto.
Ho difficoltà a vederci quello stesso uomo che mi chiamava (scherzosamente?) “bestia” tanti anni fa. Un uomo iperattivo, ruvido, a suo modo divertente, dai baffi duri duri e il profumo di brillantina Linetti. Oggi è un povero vecchietto che riesce a realizzare la perdita della moglie soltanto con la sua morte, sebbene ormai non ci fosse più da un bel pezzo.
-    It’ia fatt’e mali, it’ia fatt’e mali …cument’ap’a fai…

**

Il giorno dopo ci siamo proprio tutti. Più presenti, più controllati, forse più preparati ad affrontare la giornata. Nello studiolo ci ritroviamo fra nipoti, cosa estremamente rara e che non capitava da tanti anni.
E’ così che le famiglie finiscono? Gli anni passano innocuamente, ognuno per i fatti propri, si cresce, si parte, poi la nonnina se ne va e in effetti quel poco che rimaneva di famiglia sparisce completamente.
Chissà cosa rimane in noi dell’infanzia. Cosa di noi dopo la morte. Negli sguardi di Sabrina, Valentina, Roberta… però ritrovo qualcosa: sono sicuro che in fondo, da qualche parte sono le stesse bambine di sempre, e pure io, questo lo so.
Realizzo questa cosa nel momento in cui chiudono la bara in salotto, a porte chiuse, e dentro rimangono solo i figli di nonna: mia mamma e gli altri.
Chissà se si rivedono bambini in questo momento, chissà se si sono stretti fra loro e sentiti famiglia come non facevano da tanto tempo.

Sento il rumore dell’avvitatore e scappo di sotto.
L’aria, il sole, la bella giornata fanno scivolare tutto il resto molto velocemente. Il nonno è sereno, anche i più tristi sono composti e riservati.
Al cimitero di S.Michele tutto si svolge lentamente sotto gli aerei che passano, finché un’altra processione si interseca alla nostra e poco a poco ci allontaniamo.

La sera decido di uscire con un amico che presto partirà. E’ St. Patrick’s day e in giro ragazzi e ragazze vestiti di verde e i pub stracolmi. Bevo eccezionalmente una birra. Incontro una vecchissima amica. Realizzo che alcune recenti parentesi sono definitivamente chiuse, ma oggi queste cose mi fanno un po’ meno male.

Recupero quella sensazione di tranquilla vulnerabilità della foto di me da bambino. Vorrei davvero credere di essere sempre quello. Un po’ ci credo. Non riesco a sentirmi in colpa per il fatto che non mi sento in colpa perché non sono abbastanza triste per mia nonna. Forse sto solo reagendo normalmente?
Mi dispiace di più per mia mamma, che in un brevissimo momento di pausa fra le mille questioni organizzative di cui automaticamente si è fatta carico, ha detto: questa volta non ce l’ha fatta. Con un tono puntuale, non rassegnato o triste.

Rientro tardi, e casa dei miei è semivuota, mia sorellina chissà dove, mia madre dal nonno.
Salgo da me.

Ancora il rumore degli aerei.
scritto da Bakis alle 02:08 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: racconti, autoscatto

Commenti
#1    19 Marzo 2009 - 02:32
 
*abbraccio*

mich
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