Ho gli auricolari conficcati nelle orecchie.
A volte la musica finisce ma non ci faccio caso, e rimango in silenzio per molto tempo. Attraverso quei piccoli coni di plastica i rumori esterni giungono ovattati, come facessero parte di qualche playlist ambient o della colonna sonora di un film minimale.
A volte mi assopisco.
Quando riapro gli occhi davanti a me persone sempre diverse, sguardi persi in maniera differente, libri più o meno grossi, borse, lettori mp3 di varie forme, vite messe in pausa per il durare di un certo numero di fermate.
Non so per quante volte faccio il giro ogni volta. Forse una, o molte di più.
Mi rinchiudo lì dentro e mi sento al sicuro, in un posto indefinito, in un tempo senza giorno o notte, freddo o caldo.
Ho iniziato quella volta quando speravo di vederti. Le probabilità che finissi nella mia carrozza erano basse, ma salii comunque, e la sola idea che potessimo essere nella stessa metro per qualche attimo riusciva a calmarmi.
Poi ho ripreso a salirci.
Come quando da bambino mi sdraiavo sul tappetino del bagno davanti alla stufetta: adoravo quel rumore continuo, metallico, e quell'aria bollente che mi carezzava il viso. O come quando da ragazzo mi rinchiudevo nello sgabuzzino, al calduccio, con la lavatrice accesa.
Chissà perché quei rumori mi danno sicurezza e mi fanno sentire bene.
Se potessi chiederei al conducente di spegnere le luci, ma va bene lo stesso.
La linea grigia circolare segue il suo giro, non aspetto più che tu salga sulla mia carrozza, ma nemmeno misuro il tempo passare.
Quando la prossima playlist finirà, magari torno a casa.