Ci sono periodi in cui
quasi mi dimentico di essere sardo. O in cui mi interrogo sul reale significato di questa parola, di questo concetto.
Vivendo in una città come Cagliari, per quanto non troppo grande e non certo ancora multi-culturale, è difficile scorgere nel proprio quotidiano i segni della sardità. E io in questo sono sicuramente un’eccezione rispetto alla maggioranza, essendo nato e cresciuto in una famiglia che ha messo proprio la sardità al primo posto fra tutti i valori, etici e politici. Valori che con la maturità ho
riconosciuto come miei.
Oggi infatti ho solo
riscoperto delle cose: nessuna sorpresa, sapevo sarebbe successo.
L’emozione dell’attesa, ingannata da su ballu tundu in piazza prima guardato poi rubato con maldestri e divertenti tentativi di gruppo; il sussulto nell’udire il suono forte e ritmato dei campanacci dei mamuthones, umani trasfigurati in demoni dalla forza spaventosa; la speranza e insieme la paura di essere catturati dai lacci degli issohadores, spiriti beffardi un po’ buoni un po’ dispettosi.
La giornata si è snodata attorno alle poche vie del paese, fra inesauribili bicchieri di vino (troppi), formaggio arrosto, sevadas con miele, caffè alle mandorle.
Dalle
cortes apertas con i signori e le signore del paese che sembrava conoscessimo da sempre, alla casa di Tzia Mallèna, che però non era proprio tzia Mallèna (soprannominata simpaticamente prima tzia Monnèlla poi tzia Monnezza) che si è trasferita 17 anni fa in via Cavour ovvero la via del cimitero. Oggi avrebbe avuto 105 anni. La casa però, credo, è rimasta intatta: sedie basse basse, caminetto acceso, signore allegre e indaffarate, formaggio buonissimo, vino (sempre), voglia di ridere e chiacchierare.
E poi loro, i
Mamuthones.
[ fare click qua per vedere e sentire i Mamuthones! ]
Si può avere nostalgia di qualcosa che non si è mai vissuto?