Da venerdì 27 a Domenica 29 Febbraio, la Fabbrica Illuminata ha presentato al piccolo auditorium di Cagliari la riduzione teatrale di uno dei testi che preferisco di
Sergio Atzeni:
Bellas Mariposas.
L'esito, a parer mio, è incerto.
Non sono un critico teatrale, ragion per cui procederò nelle osservazioni in ordine sparso, senza pretesa di competenza: sarò ben lieto di ritrattarle se dovesse capitare qualcuno più competente di me in materia, che ovviamente abbia visto lo spettacolo.
Trattandosi di un monologo, non posso non iniziare dall'attrice,
che per i suoi 16 anni si è dimostrata sicuramente in gamba e, nonostante l'emozione e i vuoti di memoria, sciolta e simpatica.
Poco convincente però.
Caterina, la protagonista, è lucida e pungente nell'analisi quasi involontaria della sua vita fra i palazzi del quartiere, nel suo lungo dialogo con una sorta di intervistatore o ascoltatore invisibile, ed è parte integrante di quella fauna umana complessa e variegata in cui è capitata a vivere (senza peraltro chiederlo, come costantemente ci ripete).
E' una voce dissonante in un coro incasinato e coloratissimo, ma sempre parte di esso.
Impressioni che non si riescono a trovare in quella ragazzina saltellante sul palco.
Impossibile non immaginarla come una comune abitante di Vle Merello o Genneruxi iscrittasi a teatro come passatempo finesettimanale, nei lunghi pomeriggi post-dettorini, a cui abbiano insegnato in tre mesi, il tempo delle prove, quelle due espressioni in sardo e vagamente volgari che Caterina ripete in continuazione, che chiaramente sulla sua bocca suonano tanto aliene da non sembrare nemmeno sarde.
Ripeto: brava, apprezzabile nello sforzo ma poco credibile. L’errore secondo me è nella scelta a monte, da parte del regista.
Il tutto poi, inserito in una scenografia assolutamente fuori luogo: cuscinoni etnici, tavolini in plastica anni 70, pelouche sparsi. Niente di più lontano dalla cameretta sovrappopolata di letti a castello, vite e dosi di ero in un palazzo popolare altrettanto brulicante di rumori, zoccoli strisciati e cagate alle prime luci dell’alba.
Senz'altro non è una svista ma una chiara scelta rappresentativa: codardia del regista? sicuramente. Tuttavia ne capisco – pur non condividendolo – il motivo.
Senza andare lontano, il motivo me lo sono trovato seduto dietro e tutto intorno a teatro: signore impellicciate richiamate dal nome-must culturale di Atzeni (accalcatesi poi a comprare il libro all'uscita, ormai edito e nelle librerie da anni e anni ma evidentemente ancora assente nei loro scaffali) che ridono a ogni singola parola in sardo - qualsiasi essa sia - e che fingono di scandalizzarsi a ogni folaga, pezz’e’mmerda o descrizione di pompino da parte di Cate.
Un Atzeni edulcorato e spazzolato, patinato e ingentilito. Gli inserti volgari (nel senso letterale del termine) son tenuti quasi a scopo folcloristico o comico.
Da questo stesso punto di vista, trovo quindi anche giustificazione ai continui e fastidiosi inserti hip-hop da parte del duo dei Malos Cantores.
Non sono male, però troppo frequenti e lunghi e lontani dalle atmosfere Atzeniane (tra l’altro la musica è un elemento di contorno ben presente nel racconto e in tutta la bibliografia dell’autore: spunti più adatti se ne sarebbero potuti trovare a go-go).
Ma la spiegazione è presto data: basta guardare un qualsiasi inserto sociologico di un qualsiasi tg d’era morattiana per capire che nella mente benpensante delle impellicciate – e dunque del pubblico pagante, secondo gli autori - il rap è la sola musica che si può produrre in un quartiere come Santa Lamenera.
Voce del disagio, musica di rabbia e balle varie, direbbero.
Poteva anche essere, ma oggi quei due vestiti all'americana, con catene e pantaloni bracaloni, come provenissero direttamente dalla metro del bronx o di una qualsiasi periferia metropolitana degratata (che, però, non è quella di Cagliari) non hanno nulla a che fare con la storia raccontata.
Mi chiedo poi non solo come mai loro ma
come mai sempre loro, visto che ce li siamo trovati anche all’exmà diversi mesi fa, a un altro reading – pessimo – sempre su Atzeni.
Il risultato dunque qual è?I pezzi più poetici e significativi del racconto - i baci di farfalla, la nuotata a pelo d’acqua, Aleni la coga misteriosa - a parer mio sono stati sorvolati con troppa leggerezza a discapito del senso globale del racconto e a favore di quelli più duri e morbosi, che pure ovviamente dovevano esserci.
La sensazione finale dunque è riconfermata: un'impalcatura narrativa addobbata e abbellita nei punti giusti, messa in scena con il solo scopo di far sorridere, ridacchiare e scandalizzare per un'ora e mezzo un pubblico compiacente che, pagato l'obolo di presenza, potrà poi tornare nei salotti quasi assolto e tranquillizzato da quegli eventuali elementi disturbanti che Atzeni procura con i suoi racconti che nulla celano e nulla nascondono di una certa Cagliari dura e poetica, profumata e puzzolente, a volte irreale in quartieri inventati ma pur sempre, sempre verosimile.