Innamorato di me stesso / ma non corrispondo
Da una discussione circa la "qualità artistica" del libro Bellas Mariposas di Sergio Atzeni, ho ripescato un mio vecchio articolo mai pubblicato, che vorrebbe essere un piccolo excursus su questo autore, che personalmente amo tantissimo.Come è evidente, l'articolo è un po' acerbo e necessita di una buona revisione...La sardità secondo Sergio AtzeniSergio Atzeni nasce in provincia di Cagliari nel 1952 e muore anzitempo nel vicinissimo 1995, a soli 43 anni. Ci lascia in eredità un piccolo numero di racconti, romanzi e qualche saggio. Scritti dal tratto inconfondibile che si diffondono rapidamente, si fanno conoscere, nell’isola ma anche più lontano, in Europa. Atzeni non è scrittore qualunque: a momenti cantastorie di periferia, spettatore di realtà difficili in una città come Cagliari, in altri momenti quasi un vate, un portatore della verità tramandata da secoli dai nostri antichi. Atzeni è tutto questo ma anche di più, è un sardo moderno che scorge in se i segni di una perdita di identità ma che lotta per tenerla viva, e ci riesce, nei suoi scritti che altro senso non hanno se non di portare al mondo, orgogliosamente, i segni della nostra unicità. Non idealizzata, non sbruffona ma pura, semplice e onesta.: non peggiori degli altri, non necessariamente migliori, semplicemente sardi. Come leggiamo in “Passavamo sulla terra leggeri” un racconto in cui la verità storica, la leggenda, il mito, le supposizioni e indubbiamente l’amore nel raccontare la propria terra, conquistano il lettore che diventa anch’esso custode del tempo.“Ora sei custode del tempo, disse Antonio Setzu e disse a bassa voce: come coloro che ti hanno preceduto dovrai […] rispettare le leggi che ci siamo dati nella notte del tempo e abbiamo scritto e modificato durante i giudicati di Mariano e Eleonora. Più malvagi saranno i tempi più l’adesione all’antica legge parrà ribellione o sedizione.”Una dichiarazione sicuramente attenta alla realtà moderna dei fatti, che cercano di collidere in ogni modo con la consapevolezza di se stessi come sardi. Più i tempi si faranno malvagi più l’adesione all’antica legge parrà ribellione, come dargli torto? Nei secoli una cosa hanno cercato spesso di inculcarci, che essere sardo è colpa e siamo qualsiasi cosa fuorché sardi: fenici, spagnoli, italiani, europei, non sardi.Un racconto che si tramanda nei secoli, la storia della nostra vita su quest’isola, degli innumerevoli incontri, talvolta amichevoli, spesso distruttivi. “Non so definire la parola felicità. Ovvero non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia, o al coperto, urlando […]. E’ la felicità? Così breve? Così poca?Se esiste una parola per dire i sentimenti dei sardi nei millenni di isolamento fra nuraghe e bronzetti forse è felicità.”Il racconto finisce nel “giorno della perdita della libertà nella nostra terra” e prosegue idealmente nella primavera del 1942, “Apologo del giudice bandito”, in una Cagliè popolata da baroni spagnoli e dalle cavallette, a migliaia. Tema del racconto: un processo da parte della Chiesa alla cavalletta che assale i campi, con la speranza – in realtà costruita ad arte da macchinatori politici – che possa spazzar via la calamità. Ritroviamo un giudice, Itzokkor Gunale, non più come quelli di un tempo, saggi e illuminati, ma guidatore di bardanas e predatore. Conserva comunque delle caratteristiche quasi magiche tali da intimidire il gigantesco vicerè Ximenes, che non osa guardarlo negli occhi, da quando con parole a lui incomprensibili fu condannato alla semi-paralisi. Il racconto si chiude con una Cagliè devastata da su pibitziri, la cavalletta vorace gialla come foglia secca, e dentro un pozzo profondissimo ( “…è destinato ai nemici più odiati e ai cani che dimenticano il divieto di ululare durante i sonni vicereali. I dimenticati, per loro è il pozzo. Nessuno li ricorda, non sono sfamati ne torturati.” ) il nostro eroe giudice, combatte per la vita con Alì, figlio di Alì:“…il vincitore avrà il cuore e il fegato del vinto. Avrà la forza di allargare i cunicoli dei topi, il coraggio di uscire dalla tomba, la fortuna di fuggire dalle viscere della città murata e respirare…”.Un balzo in avanti nei secoli lo abbiamo con l’opera forse più nota dell’autore: Il figlio di Bakunìn. Tema portante anche in questo caso, la ricostruzione storica arricchita dall’interpretazione, dalla reinvenzione dei particolari, a volte minimi a volte essenziali; ma in questo caso parliamo della storia di un personaggio, il controverso Tullio Saba, e non di eventi storici. Dalla bocca di decine di persone escono verità spesso contrastanti: “quel guspinese che cantava nel dopoguerra? Un figurino. Altro non saprei dirti”, “l’ho conosciuto, si, […] per tre mesi ha abitato in camera ammobiliata da mia zia Manuela. Uno sporcaccione”. Un ritratto dipinto a più mani attraverso i decenni, le miniere, il fascismo, la politica regionale, la morte. I fili si ingarbugliano e ogni narratore mette nel calderone qualcosa di suo, un pezzo della propria esistenza. “Io avevo diciott’anni. A vedermi ora non si direbbe, ma a quel tempo per strada, gli uomini mi fischiavano dietro”, “perdo il filo mi devi scusare, sono passati tanti anni…”, “…ho un modo di raccontare disordinato, dispersivo, attorciglio tutti i fili…se dovessi cominciare adesso magari ti direi di quei cappellini che io e Annarita abbiamo tagliato e cucito con le nostre mani per indossarli alla passeggiata serale sotto i portici…”.Alla fine del viaggio ci ritroviamo con una nostalgia per questo Tullio Saba di cui ormai sappiamo parecchio, come se l’avessimo conosciuto pure noi, signorino a Guspini, minatore in miniera a Montevecchio, o fra le strade di una Cagliari scalcinata.Ma la potenza narrativa di Atzeni è in grado di confrontarsi anche con la più vicina modernità, quella ad esempio dei quartieri malandati di Cagliari, nei panni di una giovane ragazza alle prese con la propria vita. Un racconto che tocca gli apici estremi del poetico e del crudo e anche volgare: Bellas Mariposas, l’ultimo della sua carriera.“Mio padre pezzemmerda che conti chiede? Dice hai dodici anni Caterina devi guadagnarti il pane. Io ti ho chiesto di farmi nascere proprio in questa casa […] ?...”In linguaggio irresistibilmente vero, abilmente impreziosito da un uso continuo del sardo che sottolinea e aggiunge nuovi sensi al discorso, che risulta a momenti così familiare, vicino, comico in altri duro, segnato.“…in pullman eravamo belle allegre un ragazzo forse di diciotto ha detto Fate ridere anche me? E Luna ha risposto Tu fai ridere da solo senza bisogno di aiuto Tutti nel pullman hanno riso il ragazzo è diventato rosso come tomatta beccia non ha avuto più il coraggio di guardarci l’autista del pullman uno giovane coi capelli color’e pistinaga ha detto Bella barra po essi pippias…”, “ho passato il tempo in mare e non mi sono accorta del tempo che passava ci siamo sdraiate ad asciugarci sugli asciugamani bollenti poi siccome era tardi e siccome uno di cinquanta si è fermato a guardare con occhi allurpiti […] la signora si è alzata […] e ci ha detto Se volete vi do un passaggio ci siamo messe i vestitini ci siamo tolte la sabbia dai piedi e siamo volate via volate è giusto la signora andava a duecento in viale Poetto tranquilla precisa […] ha rallentato ha chiesto Dove andate? E ho sentito dietro Luna che faceva un sospiro lungo lungo…”.Il ritmo della narrazione è veloce, ricco di introspezioni del personaggio principale, Caterina, e di sguardi veloci ma precisi sulla realtà che la circonda ogni giorno. Quotidianità rotta improvvisamente dall’arrivo di una sorta di maga – ed ecco che irrompe come uno squarcio l’antico e misterioso – Aleni la coga, che da una scossa agli eventi. “…è arrivata Aleni la coga legge il futuro il passato e il presente di uomini donne bambini e animali a libera offerta e balla per voi le antiche danze di Arbarei…”.Da quel momento le vite dei personaggi non saranno più le stesse, ognuna prenderà il proprio corso. Bellas Mariposas è l’ultimo fra i lavori di Sergio Atzeni, l’ultimo prima che le acque della sua stessa isola lo inghiottissero. Oggi ci rimangono solo le sue parole, le storie raccontate come un custode del tempo, incaricato di raccontare a quante più persone possibile la realtà di una terra solitaria e ricca di vita.Ed è come ricostruire la sua figura, ma anche quella della sua e della nostra terra, in un gioco di racconti, un puzzle che si compone a poco a poco: una forte nostalgia di Tullio Saba – Sergio Atzeni si impossessa di noi, coi suoi libri in mano come un tesoro finito, destinato a non aumentare mai più.