Le mani.
Guardavo le sue mani. Nervose e magre scivolare tra le pieghe di quel vestito leggero e cortissimo, poi in su fino alla parrucca, al collo, al seno piatto, tra le gambe che tradivano un gonfiore esplicativo.
Su quel palco minuscolo cantava in playback, come tutte, ma con un trasporto diverso, quasi una sofferenza e una presenza irreale.
La drag cantava, essere quasi divino dal sesso indefinibile e perfetto, unione di mondi e pulsioni diverse, connubio di tratti e universi distanti, e solo pochi ascoltavano, altri con lo sguardo vuoto e perso, altri a simulare un divertimento eccessivo in realtà dominati dal desiderio, dal caldo della pressione della folla, dall’alcohol o da chissà quali droghe.
Mi sono fatto strada verso l’uscita nonostante la birra a metà e aperta la porta il freddo mi ha schiaffeggiato il viso.