Innamorato di me stesso / ma non corrispondo




giovedì, 17 dicembre 2009

[ Sulla linea grigia ]

Ho gli auricolari conficcati nelle orecchie.
A volte la musica finisce ma non ci faccio caso, e rimango in silenzio per molto tempo. Attraverso quei piccoli coni di plastica i rumori esterni giungono ovattati, come facessero parte di qualche playlist ambient o della colonna sonora di un film minimale.

A  volte mi assopisco.
Quando riapro gli occhi davanti a me persone sempre diverse, sguardi persi in maniera differente, libri più o meno grossi, borse, lettori mp3 di varie forme, vite messe in pausa per il durare di un certo numero di fermate.

Non so per quante volte faccio il giro ogni volta. Forse una, o molte di più.
Mi rinchiudo lì dentro e mi sento al sicuro, in un posto indefinito, in un tempo senza giorno o notte, freddo o caldo.

Ho iniziato quella volta quando speravo di vederti. Le probabilità che finissi nella mia carrozza erano basse, ma salii comunque, e la sola idea che potessimo essere nella stessa metro per qualche attimo riusciva a calmarmi.
Poi ho ripreso a salirci.
Come quando da bambino mi sdraiavo sul tappetino del bagno davanti alla stufetta: adoravo quel rumore continuo, metallico, e quell'aria bollente che mi carezzava il viso. O come quando da ragazzo mi rinchiudevo nello sgabuzzino, al calduccio, con la lavatrice accesa.
Chissà perché quei rumori mi danno sicurezza e mi fanno sentire bene.

Se potessi chiederei al conducente di spegnere le luci, ma va bene lo stesso.
La linea grigia circolare segue il suo giro, non aspetto più che tu salga sulla mia carrozza, ma nemmeno misuro il tempo passare.

Quando la prossima playlist finirà, magari torno a casa.
scritto da Bakis alle 23:55 | plink | commenti (2) | commenti (2) (p-up)
in: racconti, cazzeggio




martedì, 08 settembre 2009

[ Il delocalizzatore protonico ]

-    Bene, il delocalizzatore protonico è pronto!

Bakis guardava soddisfatto quella grossa scatola di cartone rovesciata sul pavimento della mansarda di casa sua, dove il padre conservava tutti i libri dell’adolescenza e la mamma i mobili che man mano sostituiva ed eliminava dal salotto o dallo studio.
Con un pennarello più grosso della sua manina, vi aveva disegnato sopra tanti pulsanti, uno sportello, delle prese d’aria e visto che c’era anche alcune decorazioni per rendere il delocalizzatore più attrante. Sai mai, qualche altro viaggiatore nello spaziotempo poteva incrociarlo lungo la strada e non voleva sfigurare.

-    Ora non rimane che scegliere la destinazione.. e farmi preparare la merenda da mamma!

Con uno scatto si spostò all’altro capo della mansarda – dash!
Fra sedie imbottite impilate in un angolo, una vecchia vetrina in mogano, un pianoforte scordato e pile e pile di libri, c’era un grosso mappamondo.
Frrrrrrrrrrrrr. Con un colpo fece girare il globo per qualcosa di equivalente a diverse settimane di evoluzioni intorno al sole. Puc, stop.

-    Ah, Sardegna… sempre qua! Non rimane che viaggiare nel tempo, almeno nel tempo!

E 25 anni sono passati in un lampo: in fondo il tempo è come una strada che cambia il paesaggio intorno: alla fine è sempre tutto diverso.
Ma Bakis no, è sempre lui.
scritto da Bakis alle 12:05 | plink | commenti (2) | commenti (2) (p-up)
in: racconti, autoscatto, mansarda




giovedì, 19 marzo 2009

[ ]

Stringo quella foto di me alle elementari con in mano una matita e un sorrisetto serrato. Da piccolo facevo sempre questi sorrisi stretti stretti con gli occhietti socchiusi.
Mio padre mi diceva piccato: sorridi bene, mostra i denti, così! E per spiegarsi faceva un’espressione per nulla sorridente o felice o divertente. E io che nei disegni dei cartoni animati vedevo quella curvetta disegnata sul viso, pensavo che il vero sorriso fosse come lo facevo io, con gli angoletti delle labbra rivolti verso l’alto.

Stringo quella foto e di me non rivedo più niente in quei tratti immaturi, i capelli, le manine grassocce, quella fragilità così tranquillamente esposta.

Eppure mi hanno riconosciuto tutti, subito, come sempre, come ormai sono abituato.
Anche il ragazzo del piano di sopra, il fratello dell’ex-moglie di mio zio. Quello drogato di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, se non dalle brevi parentesi di mia madre, che nei racconti degli ultimi momenti di questi giorni ci ha dipinto le scene con lui che dalla finestra del piano di su la vedeva aggirarsi per i corridoi e aveva già capito tutto, tanto che durante l’ultimo litigio con la madre – ora via, da qualche altra parte – mentre minacciava di ucciderla, decantava l’affetto nei confronti di mia nonna.

Ci ha visto scendere dalla macchina e ha iniziato a lamentarsi e a piangere, in quel modo privo di filtri o forse di pudore tipico solo dei pazzi o dei malati.
Ho preso mia sorellina per il braccio e siamo volati su.

A ogni scalino una lega in fondo a questo passato che pare davvero non riguardarmi più.
scritto da Bakis alle 02:08 | plink | commenti (1) | commenti (1) (p-up)
in: racconti, autoscatto




mercoledì, 25 febbraio 2009

[ Non si dice mai addio agli sconosciuti ]

Altro racconto che ho mancato di spedire a un concorso... che bravo!
Si trattava di sviluppare uno degli incipit proposti. Ecco cosa ho buttato giù.

***

La ragazza che era scesa dal tram se ne andava a passo spedito dalla mia vita. Non l’avevo mai vista prima ma fu un piccolo lutto.

L’ho guardata dal finestrino infilarsi tra le viscere della città e ho disolto lo sguardo: del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti. Ma io lei, in qualche modo la conoscevo già.
Solo che non l’avevo mai vista. Dal vivo, intendo.

Un tempo leggevo ogni giorno il suo blog: le parole che lei nella privacy morbida e ovattata della sua cameretta – almeno così la immagino – riversava pubblicamente sul web, affrancandole senza indirizzo a destinatari ignoti.
Dall’altra parte dello schermo, a raccoglierle e collezionarle c’ero io, insieme a chissà quante altre facce pitturate dalla bianca luce dei monitor nella notte.

Nella ritualità dei gesti, dei click e delle letture, nella lista della spesa delle informazioni da catalogare, infilare negli interstizi neurali, da far sedimentare lentamente come detriti di una realtà troppo caotica, c’era anche lei. C’era quel suo sito a fondo nero, con una piccola immagine di cielo stellato in alto e il carattere bianco piccolissimo (come se nonostante la pubblica esposizione quelle parole non volessero essere violate con troppa poca fatica).

Chissà se chi tiene un blog si rende veramente conto di quel che fa: del fatto che va a comporre una parte dello scenario visuale, del vissuto, dell’immaginario delle persone che la leggono.
Chissà se queste persone si rendono veramente conto della responsabilità di cui si fanno carico, aprendo casualmente – un giorno di particolare inutilità o noia – uno spazio del genere nel mare magnum della rete.

Ma io a queste implicazioni non ho mai pensato. Ci ho semplicemente sbattuto contro come in un incidente d’auto. Non è che ci pensi prima o te l’aspetti. A un certo punto accade, e se sei fortunato ti ritrovi con un livido, un grande spavento e le mutande miracolosamente intatte.
Così una notte di quelle – insonnia, musica bassa, luci spente, umore a picco, fumo compulsivo – ripercorri automatico la scaletta mentale dei porti sicuri presso cui fare tappa e trovi un messaggio mai visto:

Errore: questo blog non esiste. Forse hai digitato male l’indirizzo o il proprietario ha deciso di cancellarlo.

Impossibile – penso. Questo indirizzo è ormai da tempo immemore conficcato tra i preferiti del mio navigatore e poco ci manca che la pagina non si apra da sola non appena poggio lo sguardo sul desktop. Do uno sguardo ad alcuni altri blog che leggo abitualmente e vedo che è tutto a posto.
Allora è chiaro: ha deciso di chiudere, trasferirsi, occultarsi, sparire.

Mi sento tradito. Interrotto.
Come se a metà libro scoprissi che tutte le pagine seguenti e che fanno volume tra le dita serrate della mano destra sono in realtà tutte bianche e che la storia semplicemente decide di scomparire in quel punto.

Sono rimasto di sasso lì davanti per alcuni secondi. Ho ripensato agli ultimi articoli, cercando di scovare tra i ricordiun segnale, un meta-messaggio che lasciasse intravvedere una decisione del genere – un disagio, un’insofferenza o qualche commento sgarbato, intrusivo – ma niente.
Ho escluso subito incidenti o tragedie: in tal caso la pagina sarebbe stata ancora su e mi sarei accorto di qualcosa soltanto dopo settimane di mancati aggiornamenti.
Un blog cancellato invece è frutto di una precisa volontà e l’incontro fortuito di questa mattina in tram ne è l’assoluta conferma.

Seduto nel bus che dalla stazione porta al centro, ho dapprima notato le sue scarpe.
Amo i bus. Amo perdermi dentro i miei auricolari e sbirciare a intervalli lo scenario urbano oltre il vetro e il paesaggio umano tra i sedili e nel corridoio del veicolo.

Per cui vado a caccia di particolari, con uno sguardo indagatore protetto dai miei occhiali da sole da quattro soldi, ma enormi e scuri, quindi ottimi allo scopo.

Vedo queste scarpe con una spilletta attaccata – sorrido per il vezzo – e vedo che appartengono a una giovane ragazza dallo sguardo inquieto. Rimane in piedi nonostante ci siano diversi posti liberi. Guarda fuori ma il suo sguardo è fisso, nonostante il tram stia andando forte. E’ assorta. Mi chiedo chissà dove va, chissà che ci fa a quest’ora in giro: non lavora? Forse è una studentessa ma non mi sembra così giovane. Magari è una free-lance e sta andando a ritirare il suo portatile dall’assistenza.
Questa banale ipotesi telematica mi da una scossa. D’un tratto mi pare di intravvedere nel suo viso i tratti scorti in qualche piccola fotografia ritoccata pubblicata nel blog scomparso.

Mai un'immagine pulita o chiara. Avrebbe, in effetti, rovinato l’atmosfera sommessa e privata del blog. Piuttosto tante piccole tracce colorate e ripassate più volte su photoshop: in ognuna dei piccoli pezzi sufficienti a delineare stati d’animo, o espressioni del viso che potessero dare in un secondo un senso definitivo alle parole scritte.
Ma quei pezzi, di fronte a un viso reale illuminato a giorno, si ricompongono da soli e non c’è dubbio che sia lei.
Vorrei alzarmi, dirle qualcosa, sorriderle, farmi notare. 
Ma poi, a che titolo, dirle cosa, sorriderle perché? Quella che vedo è il personaggio o l’autrice della storia? Ci penso e non riesco a decidere. In entrambi i casi non ho alcunché da dirle e per quanto voglia declamare il mio diritto di lettore a non essere abbandonato so che non posso farlo.

Valuto per un attimo l’ipotesi di scendere alla sua fermata e vedere dove va ma non lo faccio.

Così è scesa, e l’ho guardata dal finestrino infilarsi tra le viscere della città. Ho disolto lo sguardo perchè già, del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti.
scritto da Bakis alle 21:44 | plink | commenti (7) | commenti (7) (p-up)
in: racconti




domenica, 01 febbraio 2009

[ Il Potere Creativo della Parola ]

Per chi dice che ormai scrivo soltanto geniali twit, pubblico questo raccontino scritto qualche mese fa per il Forum Passaparola, a tema "Il potere creativo della parola", ritrovato oggi.

// Ovviamente lo spedii in ritardo quindi non è stato incluso nella serata.



***


<<Fiat lux>>. Così – pare – disse Dio.

E tanto bastò per creare la luce e dare il via a tutto il susseguirsi di casini e implicazioni che conosciamo: l’universo, i pianeti, l’ossigeno, la vita, l’uomo, i tradimenti e i modelli unici 740. Aggiungete quel che vi pare: tutto ha comunque avuto inizio dalla parola.

Ed è sulla base di questa nozione teologica, conficcatasi nella mia testa da un’età immagino prepuberale, che ho sempre avuto il massimo rispetto per la parola nelle sue mille forme e rappresentazioni e, soprattutto, per il suo sconfinato potere.

Ora, non è che voglia paragonarmi a Dio: magari nel mio caso, in quanto esemplare di umano tecnicamente piuttosto standard, la parola ha un potere non tanto nella realtà fisica (sì, ora vorrei tanto si materializzasse un bel Cosmopolitan proprio qui, accanto al monitor) ma dentro l’animo della gente, questo sì.

La parola è un’azione, e se studiata e misurata con intelligenza può ottenere un preciso risultato quanto un complicatissimo calcolo matematico. E’ un’osservazione ovvia, ne convengo, ma sono convinto che pochi abbiano realmente verificato nella pratica e a proprio vantaggio questo potere.

Se ci pensate, nel loro piccolo anche queste parole avranno probabilmente già sortito un effetto: ora vi starete aspettando qualche storiella dimostrativa su come e su chi io abbia esercitato questo potere e quali conseguenze abbia avuto. Ma non mi interessa condurvi da qualche parte con il mio ragionamento, immobilizzarvi e scovare un concetto nella vostra testa, prelevarlo, cambiargli di posto e aspettare che generi nuove scariche di pensieri e una visione del mondo anche di un atomo diversa da quella precedente.
Piuttosto sono qui davanti a scrivere queste parole perché esse sprigionino la loro carica creativa su me stesso. Sulla stessa persona che le sta scrivendo, già: una sorta di auto-agguato o auto-terapia, chiamatela come volete.

E’ appunto perché so che quando dici una cosa, essa diventa reale: i segreti non esistono finché non vengono rivelati, e solo allora essi trafiggono le membra di chi li ha uditi.
E per i sentimenti è qualcosa di simile.
Dapprima sono dei feti informi, poi si sviluppano e ci parlano. C’è chi non li sente per davvero e chi finge di non udirli, ma in entrambi i casi: dagli un nome, cerca di descriverli, ed essi sono lì davanti, materiali come statue o edifici, e non puoi ignorarli.

E così, vittima di me stesso, della mia stessa propensione a dare un nome alle cose e creare nuove realtà, ho creduto in un nuovo sentimento, in nuove possibilità, ho generato conseguenze fin troppo abbondanti rispetto alla reatà oggettiva. Sarà una deformazione professionale o (in fondo forse è vero) un complesso da volevo-essere-Dio-ma-sono-solo-un-umano-piuttosto-standard.

Ora non mi rimane che riniziare da capo.
Enunciare questo buon proposito, imprimermelo in testa affinché mille occhi e mille teste possano dargli corpo e oggettività. Perché magari per un momento tutto mi possa sembrare davvero reale e non solo una mia immaginazione o una serie di byte concatenati su questo invisibile foglio elettronico.

Ora credeteci, per un secondo, insieme a me. Facciamo che per davvero la parola abbia un potere, un potere creativo. Ognuno in un momento diverso – ma inevitabilmente tutti contemporaneamente lungo la fila di queste lettere e in questo punto della pagina: qui – possiamo crederci e vedrete che è così, lo è sempre stato e sempre sarà.

Io ci credo e sarò qui ad aspettarne le conseguenze - e con esse l’inizio di una storia tutta nuova.
scritto da Bakis alle 15:14 | plink | commenti (3) | commenti (3) (p-up)
in: racconti




giovedì, 13 ottobre 2005

[ L'incertezza dei confini ]

-Non è tanto la fotografia che mi interessa..

Parlava piano e distrattamente, e guardava i maglioni, le giacche e le camicie ammassate sul letto.

-Mi ha sempre affascinato l'incertezza dei confini... quando i contorni di una cosa si perdono per una frazione di secondo e sfumano, si mescolano con la cosa che ha accanto, quando i suoni si distorcono, si sovrappongono, si annodano in un modo che non si ripeterà mai più.
Ho sempre pensato sia lo stesso per gli avvenimenti umani.
Nei libri leggiamo delle storie che hanno delle cause precise, un inizio e una fine; ma non succede mai così in realtà.
Nemmeno con la morte finisce la storia di una persona.
E non parlo di ricordi. Ma di quel riverbero che lascia una persona nelle vite altrui, di quella serie di conseguenze che continuano a prodursi, dell'eco delle parole dette o del vuoto secco di quelle mai pronunciate.

Per un secondo ebbi come una sensazione di sfasamento fra le sue parole e la sua figura in piedi.
Come se noi due, quel discorso e quella particolare luce fuori dalla finestra ci trovassimo lì e in quel momento per un puro caso.

-Tutto sfuma in altro in maniera caotica e ogni piccolo fatto aggiunge un che di incertezza e imprevedibilià...mi piace pensare di poter cogliere un momento di tutto questo fondersi.

Non mi sentivo in imbarazzo per quelle confidenze che mi faceva.
Era una di quelle persone completamente trasparenti, che irradiano senza volerlo ciò che sono pur senza svelarne i segreti, ma al tempo stesso così oscure, che se ci guardi dentro non scorgi il fondo.
scritto da Bakis alle 13:37 | plink | commenti (9) | commenti (9) (p-up)
in: racconti, cazzeggio, ombelicale, fav




mercoledì, 02 marzo 2005

[ Stomaco ]

/ scritto una notte di non so quando di ritorno da casa di nonsochi..o forse si

Torno a casa e decido che non ce la posso fare, sto morendo di fame.
Visualizzo un barattolo di tonno + formaggio su un cracker con un filo di maionese, ispirato dalla lettura di un fumetto in cui un gatto incinto fa uno spuntino notturno.
Non ho la scusa di essere incinto, tantomeno un fumetto. (…) Su quest’ultimo punto potremmo fare accademia.

E’ solo l’una e mezzo dai uno spuntino di mezzanotte in ritardo ci sta, mi piace coccolarmi in modi non standard, si, chi è che lo diceva?

Peccato che il tonno non ci sia. Allora apro un barattolino di peperoni a filetti, taglio qualche fetta di formaggio piccante e mi munisco di crackers (pane fresco manco a parlarne, solo una rosetta pietrificata di non so quanto tempo. Perché non la butto? Mah, ormai mi sono abituato a vederla là).
Accendo lo stereo e metto su joe hisaishi che ho cercato di rifilare tutta la sera a R. senza successo. E inizio a mangiare. A quattro ganasce.
Ogni sapore è come se rievocasse un pezzo di conversazione. Non so perché, forse per via dei resti della cena sul tavolo a casa sua – tra cui anche del formaggio – o forse perché avevo una fame boia e nelle pause di silenzio in cui sembrava che riflettessi di cose esistenziali in realtà stavo visualizzando queste stesse cose.

Inizio a star meglio, a poco a poco mangio di meno e con più calma e scrivo di più. Checchè si dica, lo stomaco è l’organo fondamentale: non importa quanto delicata o seria sia una situazione che in ogni caso lui fa sentire la propria presenza. Almeno con me: non ho mai sperimentato il famoso stomaco chiuso per la tensione o la nausea da stress o tristezza.
Roba per animi fini.

       Ho mangiato anche in lacrime.
                   Non ricordo perché piangevo ma ricordo ancora la torta alla ricotta.

scritto da Bakis alle 17:39 | plink | commenti (18) | commenti (18) (p-up)
in: racconti, ombelicale, autoscatto, fav




mercoledì, 16 febbraio 2005

[ Mettiamoci d'accordo ]

Un episodio carino, così mi viene da definirlo ma in realtà non c'è nessun episodio: sono solo avvenimenti successi in momenti diversi e riguardanti, oltretutto, persone diverse. Si sono semplicemente allineati tra loro davanti al mio sguardo in un medesimo momento.
Non riuscirò a raccontare tutto in ordine (non c'è un ordine), ingarbuglierò tutti i fili, faro tante premesse e digressioni, e dimenticherò sicuramente qualcosa.

Potrei iniziare dalla cena tra single cui siamo finiti credo senza farlo apposta, anzi si - sicuramente senza farlo apposta, la sera di San Valentino.
A un primo sguardo capivi subito quelli che nonostante tutto provavano una specie di fastidio per il solo fatto di essere lì ('beh non è una coincidenza se siamo tutti single qua dentro, del resto, se avessimo un partner di sicuro saremmo da un'altra parte!') come se ok ok siamo franchi se potessi non starei qua. Altri poi fingevano di non sapere che fosse oh god san valentino!
Andiamo.

In ogni caso,
eravamo lì a bere vino e spiluccare il cous cous quando tra i tanti sms ne arriva uno in particolare.
Vedo illuminarsi il viso di Candy e rivolgersi a Massimo: 'Massi Massi! il mio amico Luca mi ha appena scritto che sei proprio delizioso"

Voce fuori campo di Luca: "Ciao Candy, ti scrivo per dirti che il tuo amico Massimo che ho conosciuto sabato è davvero delizioso".

piccolo  flashback - qualche giorno prima)
Infatti quel sabato a casa Candy – tranquilli e senza programmi particolari, per riposarci dal party della sera precedente e per smaltire un po' dell'alcohol in eccesso - abbiamo conosciuto Luca. Un tipo sicuramente divertente che ha tenuto banco tutto il tempo.

Ma Massimo ammette di non essere stupito, dato che in effetti non è la prima volta che gli succede una cosa del genere.

Sisi pure a me succede spesso, dico io. Del resto uomini o donne, come mi si può resistere?
Ah si?? Mi dice con un tono che la dice lunga. [ per un millisecondo penso …naaah! ]
Allora posso approfittarne per dirti una cosa? Ricordi quella volta che siete venuti a pranzo a casa mia, tutti insieme? Quella domenica…

- Si certo che mi ricordo.
(alro piccolo  flashback - ottobre 2004)
Quella domenica ci siamo spostati in massa verso casa di Massimo. Una domenica in campagna, yuppie!
La dura realtà fu che rimanemmo tutto il tempo rinchiusi dentro casa davanti al camino per via dell’incessante pioggia. A mangiare, giocare, mangiare, suonare il piano e ascoltare musica, mangiare, chiacchierare. Mangiare.
Oltre al solito zoccolo duro di presenze anche qualche amico preso in prestito da altre circostanze spazio-temporali-emotive: un vecchio amico, una cugina, l’amica della cugina e così via.
Personcine interessanti. Quel ragazzo poi, un drago al pianoforte.

Scena curiosa (che ho vissuto mille volte dalla quasi-più-tenera-infanzia).

Mi avvicino al pianoforte per caso e per un qualche impulso pavloviano qualcuno mi urla BAKIS SUONA QUALCOSA!!! Io ODIO suonare con più di due/tre uditori. E allora cerco di suonare qualcosa che al tempo stesso mi piaccia e che non sia troppo complicato per le mie mani ormai anchilosate. Facile: La Valse d’Amelie Poulain.
Voci rotte, occhi lucidi, grandi apprezzamenti. Bis Bis!
Suona il ragazzo (che tra l’altro è al conservatorio ed è anni luce più avanti di me) e tutti continuano a giocare a carte, schiacciare noci e riscaldarsi le mani davanti al camino. Mah?

 

 - Ecco si, quel ragazzo mi ha chiesto di te qualche volta..
- Gesummaria, e pensare che invece a me interessava tua cugina!!

Ma della cugina già sapevo.

(altro  flashback - capodanno 04/05)
Il giorno prima di capodanno, rantolanti, senza ormai più nessuna voglia di organizzare alcun che è spuntata l’opzione, fra le tante, della festa della famosa cugina di Massimo, che appunto avevo già conosciuto al famoso pranzo domenicale in campagna.

Quella carina.
Quella con cui ho parlato di Bjork (finalmente qualcuna che a) non inorridisce b) non mi chiede chi diavolo sia).
Quella del gatto acido col nome improbabile.
Quella che aveva l'amica e io non lo sapevo.

Opzione scartata.

Oltretutto a quella stessa festa (credo) ci sarebbe stato anche quel ragazzo, molto amico di lei.

(utlimo  flashback - tempo passato indefinito)
Si racconta che prima di metterla al corrente della sua testè scoperta omosessualità lui l’avesse messa in allarme dicendole “devo dirti una cosa importante”.
Lei corse da Massimo (che sapeva di lei ma non di lui) temendo che lui si fosse preso una cotta che ovviamente non avrebbe potuto ricambiare.

Preso coraggio lui poi andò finalmente da lei devo dirti una cosa importante, ecco io.. io.. sono GAY!
- Evvivaaaaa!! pure io!!!!

Loro si che si sono messi d’accordo.
Non so perché ma trovo questa storia bellissima.

Tutto un giro... forse era solo questo che mi andava di raccontare.
scritto da Bakis alle 01:41 | plink | commenti (16) | commenti (16) (p-up)
in: racconti, cazzeggio, social life, fav




sabato, 22 gennaio 2005

[ Un attimo prima ]

Siccome tanto prima o poi vorrei trasferire qua tutto l'archivio, facciamo che a tempo perso ri-posto qualche cosa? Chi dovesse aver già letto il post in questione mi perdonerà.
In effetti ho sempre pensato che tenere tutti  i vecchi post stipati nell'archivio sia fondamentalmente un grosso spreco.

Ecco un mio vecchio racconto, cui sono molto legato.
I fatti raccontati sono reali; ma perchè sono accaduti un po' di tempo dopo averlo scritto.

~

Un attimo prima


Martedì 25/7,h 21:42, I miss you
“...I’m so impatient
I can’t stand the wait
Who are you?...”

Stasera è successa una cosa che mi ha sconvolto.

Al videonoleggio prendo una cassetta e vedo Carla.
I contorni dei cd e delle custodie nel ripiano accanto a me sono sfumati, il volume del televisore si è ovattato improvvisamente e tutto ha rallentato intorno al suo viso, come al centro di un vortice di confusione.

Non la vedevo da almeno due anni.



L’ho conosciuta all’università, frequentavamo alcuni corsi in comune.
Fra tutta quella marea di gente, non so come la notai. Come mi capita spesso in questi casi, era come se fosse l’unica persona che riuscissi a percepire a colori mentre tutti gli altri li vedevo in una desolante gradazione di grigi. La individuavo subito sebbene non si sedesse mai negli stessi posti.
Fiutavo la sua presenza e riuscivo sempre a vederla comodamente.
A volte si girava pure lei e mi guardava per un attimo.
Arrivavo sempre molto presto in aula e, seduto nel mio posto stretto, tendevo l’occhio verso la porta e scrutavo il via vai in attesa di vederla. Lei contrariamente arrivava sempre all’ultimo.
Ci presentarono ufficialmente una mattina durante un’ora buca.
Andammo in caffetteria con alcune persone, io conoscevo Anna - mi ci aveva trascinato - lei alcuni conoscenti di Anna.
La presentazione non fu un gran che e nemmeno la chiacchierata - io parlai ben poco - ma seppi il suo nome e dal giorno dopo iniziammo a salutarci. In maniera sempre distratta e secondo la circostanza nemmeno lo facevamo. D’altronde non ci conoscevamo. Ma era sempre un passo.

Una mattina la vidi arrivare con un libro della Yoshimoto tra le mani.
Questo me l’avvicinò ancora di più, quel libro l’avevo letto, l’avrei voluta fermare.
All’epoca aveva i capelli corti, castano chiari ma si vedeva benissimo che in realtà erano più scuri. Nonostante questo contrasto di colori - probabilmente intenzionale - stava benissimo.
Stasera invece aveva i capelli molto più lunghi. Le cadevano lungo il giubbotto bianco molto lungo.
Era sola e sembrava non avere fretta. Probabilmente non c’era nessuno fuori ad aspettarla.
Ho fatto la fila lunga, ma non mi ha visto.

A lezione le cose non progredirono per nulla.
A parte un giorno a lezione di economia - casualmente e meravigliosamente lei era seduta nel posto davanti al mio - in cui fummo presi da attacchi di risatine isteriche perché non capivamo nulla.
Lei si voltava e mi chiedeva “hai capito??” e io “no, per nulla” allora si rigirava, rideva e continuava a copiare il lucido.
Quella sensazione di complicità era stranissima, come dire, pura.

Le lezioni di quel semestre finirono, io cambiai facoltà e non la rividi più.
Probabilmente anche lei ha cambiato, chi può dirlo, non mi sembrava fatta per quel tipo di discipline. Ma di sicuro non è nuovamente mia collega.

Qualche mese dopo in gelateria, un miracolo. O un miraggio. Eccola lì, nel tavolo accanto al nostro.
Nel posto in cui ero le davo le spalle.
“Cazzo! No.. no non è possibile”
Feci di tutto per spostarmi. Mi spostai.
Era con delle amiche, dovevano essere appena arrivate, stavano ordinando. Ordinava il gelato guardando in alto verso la cameriera con un sorriso da bambina.
Fui completamente assente tutta la sera. Continuavo a ripetermi che quella era probabilmente l’unica occasione che avrei più potuto avere per parlarle. Continuavo a chiedermi come dannazione avrei potuto fare.
Mi alzai per andare al bagno che era proprio dentro la gelateria, mentre noi eravamo in un grande giardino all’aperto.
Uscito, dopo due passi quasi ci scontriamo.
“Hai da accendere?” Mi guardava con un sorriso...non capivo. Era un sorriso di sfida? Mi aveva riconosciuto?
Sorrido. “Certo”. Accendo
Siamo rimasti l’uno di fronte all’altra per qualche istante. Probabilmente aspettavamo entrambi che l’altra persona dicesse qualcosa. Saranno stati tre o quattro secondi al massimo. Quattro secondi sono tantissimi.
Non so che le avrei voluto dire. Ero completamente scombussolato da quell’eventualità non considerata e la mia mente cercava disperata qualche informazione in qualche angolino buio del mio io per affrontare la situazione. La guardavo dall’alto e aveva un’espressione così tonda. Presi fiato per dire qualcosa.. qualsiasi cosa...
Allora mi è passata al fianco e mia ha fatto ciao ciao con la manina.
Quella è stata l’ultima volta in cui l’ho vista.
Fino a stasera.

Ho sperato tanto di rivederla. Ho pensato e ripensato a lei talmente tante volte che il mio desiderio si è trasformato in una sorta di preghiera. Una preghiera ad un dio molto distratto dato che io

praticamente

non so nulla di lei.


Mercoledì 26/7, h 00:10, nineteen seventy-nine
“...on a live wire
right up off the street
you and I
should meet...”


Devo aver smosso qualcosa nell’ordine degli avvenimenti. Il puzzle della mia vita non ha una sola combinazione evidentemente.
Che bello.
Stamattina uscito presto alla solita ora, la rivedo svoltato l’angolo dopo la farmacia.
Era all’altezza del bancomat, ferma. Ho supposto ovviamente che stesse prelevando dei soldi.
Ma era immobile, senza movimenti delle braccia. In realtà era sui due metri oltre il bancomat di fronte ad una vetrina, completamente assorta.
Rallento il passo sperando che si volti e mi veda ma avvicinandomi sono costretto ad accelerare un po’ per superarla.
Come la sorpasso con la coda dell’occhio vedo che si volta. Mi volto pure io.
“Ciao” mi dice. Io rallento, guardandola, non so dove vado.
“Ciao!” sorrido e continuo a camminare, ora pianissimo. Lei mi fissa un secondo e se ne va.
Non è normale!
Com’è possibile che si sia ricordata di me?


Venerdì 28/7, h 01:20, Silverfuck
“...when you lie in your bed
and you lie to yourself
bang bang you’re dead
hole in your head...”

Stasera è successo. Ci siamo parlati.
Ho rinunciato a capire tutto questo, non ci riesco. Lo prendo e basta, vorrei riuscire a esserne solo felice.
Sotto la scrivania, in ufficio, provavo a rimontare il coperchio del cabinet del pc.
Lorenzo era nello stanzino. Entra qualcuno, mi dice “vai tu”. Vado io.
Era lei. Devo aver fatto una faccia allibita.
Come se i suoni si prolungassero all’infinito e i colori perdessero i propri contorni. Ormai sono sicuro che sia una sua facoltà soprannaturale, quella di dilatare la realtà intorno a se.
Non ricordo affatto le parole esatte, penso di aver assunto il senso di quello che mi dicesse prescindendo completamente dal loro contenitore.
Esco dalla barriera di scrivanie e dico a Lorenzo che mi assento un attimo. Lui è sull’uscio dello stanzino e mi guarda strano.

Ha scoperto dove lavoro per caso l’altra mattina. Dovevo scusarla ma era una cosa importante.
E’ tornata in città martedì sera e il giorno dopo ha saputo della morte di Anna, avvenuta proprio la notte prima. Io non sapevo nulla?
Se non avesse chiamato a casa sua non l’avrebbe mai saputo.
Se fosse tornata due giorni più tardi non avrebbe vissuto tutto questo.
Se non mi avesse visto due giorni fa di fronte alla vetrina io non l’avrei mai saputo.
Ormai si erano perse di vista da parecchio tempo. Avevano stretto particolarmente nell’estate di due anni fa. La sera in cui uscirono da sole per la prima volta, le aveva chiesto di me; ci eravamo visti un attimo prima in gelateria. Non so se mi ricordavo..
In ogni caso l’inverno successivo era partita e le cose sono evaporate, come succede.
Domani ci sono i funerali.
Mentre parlava fissavo il cacciavite che avevo ancora in mano.
E’ passato talmente tanto tempo.. Anna, ci conoscevamo distrattamente da qualche anno, ma ci frequentammo proprio in quel periodo per poi perderci di vista. Già , capita..
Due anni son passati.
Mi dispiace molto anche se
probabilmente , incontrandola non avremmo scambiato che poche parole.


Sabato 29/7,h 19:20,Joga
“...coincidences make sense only with you...”

Sono arrivato tardi e nel piazzale della chiesa c’erano pochissime persone.
-Saranno tutti dentro. Che palle non ci voglio entrare... Ma perchè l’unico modo per testimoniare partecipazione per una morte è entrare in una chiesa?
Decido di aspettare fuori ma dopo due sigarette entro a cercare Carla.
La porta quasi non si apre dalla ressa. Mi metto in punta di piedi e do’ uno sguardo, dubitavo che fosse nelle prime file.
La voce del prete arrivava talmente distorta dall’eco e dall’amplificazione che non ho afferrato nemmeno una parola.
A fatica torno indietro strusciando contro le persone in piedi. Uscito mi risiedo, non so che fare.
Cosa ci faccio qui?
Da lontano vedo una sagoma avvicinarsi ma non la distinguo, metto gli occhiali, non cambia molto. Non so perchè mi ostino a usare ancora questi maledetti occhiali, è ora che li cambi, non mi servono più a nulla e per giunta sono antiquati.
Quella sagoma si avvicina, è Carla. Tiro un sospiro di sollievo, però, che ritardo.

Siamo imbarazzati non ci va di entrare. Mi sentivo completamente fuoriposto, come osservato.
Ma si, andiamocene.

Davanti al caffè quella situazione mi ricordava la volta in cui praticamente ho rotto con Marzia.
Eravamo in rotta da un bel pezzo, non ci vedevamo da un po’. Mi stupii della sua chiamata quella sera, così decisa, non era da lei. Domani ci vediamo, ok.
Ci incontrammo al bar e parlammo del più e del meno come avevamo sempre fatto. Ma non erano chiacchiere false o di routine. Era come se dovessimo scaricare tutto ciò che avevamo accumulato in quel periodo senza vederci. Forse avevamo bisogno l’uno dell’altra più di quanto immaginassimo. Abbiamo parlato davanti alla cioccolata calda, sul tavolino di vimini finchè con naturalezza emerse l’argomento che ci occupava la mente.
Fu una discussione molto calma, malinconica.
Quando scese dalla macchina fu come salutarla per vederla il giorno dopo.

Davanti al caffè con Carla mi aspettavo che da un momento all’altro mi dicesse : beh allora, non giriamoci intorno. Ma non successe.
Non fu una chiacchierata travolgente, ma la sentivo vicinissima; in effetti provavamo le stesse cose.
La ragazza al bancone ogni tanto ci guardava. Era così evidente l’assurdità della situazione?

Di ritorno dalla caffetteria abbiamo fatto la salita verso la chiesa e decidemmo di andare in cimitero.
In macchina ho messo la cassetta alla quale tengo di più, un modo per farle un sentire un pezzetto di me. La musica ha come riempito quel senso di vuoto.
L’entrata era deserta, non sono ancora arrivati. Ci fumiamo una sigaretta.
“Sai è strano. Sono tornata con il terrore di impazzire...di finire col tubo di scappamento acceso dentro un garage... Ne ero sicura. Ora mi ritrovo in mano dei fili ingarbugliati di un passato che avevo messo da parte, ed è tutto così incomprensibile. Cioè, Anna non era la mia migliore amica.. ci siamo scritte qualche volta quando sono stata via.. le avrei voluto parlare.
Ora mi sento come se il mare si fosse prosciugato e tutte le terre fossero una cosa sola; in tal caso sarei sola ovunque...partire o tornare non avrebbe senso...scusa sto delirando.
Ho voglia di un gelato. Andiamo al mare stanotte?”


h 21:50,
“...come aquile i miei sogni
attraversano il mare...”

Fra un secondo esco di casa. Sarò da lei.
C’è un caldo pazzesco, lascerò le finestre aperte.
Ora sono sicuro, è stato smosso qualcosa. Una piccola scossa che ha messo in disordine le cose.
Questa musica è bellissima, sto proprio bene. Tutto sommato non ho voglia di rinchiudermi in macchina. Vorrei tanto che venisse qui e restassimo a parlare. O che restassimo in silenzio come questo pomeriggio.
Non devo più sperare di incontrarla per caso.
Fra un attimo la vedrò, un solo attimo. Il tempo di uscire, prendere la macchina e fare due semafori.
Ed è strano pensare che in questo momento sto vivendo proprio l’attimo prima...



scritto da Bakis alle 02:54 | plink | commenti (6) | commenti (6) (p-up)
in: racconti, to the faithful departed




mercoledì, 15 dicembre 2004

[ Il viaggiatore ]

 Questo è il pezzo (tema: il viaggiatore) che porterò stasera al laboratorio di scrittura.

~~~

Il periodo più difficile di quando ci si trasferisce in terra straniera non è il primo come si potrebbe credere. O come potrebbe credere chi non è mai partito, se non per piacere.
Nel primo periodo (quello che io amo definire semplicemente l'arrivo) si mette in atto quello che è stato una sorta di addestramento che si porta avanti da tutta una vita, inconsapevolmente.

Un allenamento alla sopravvivenza.

Ci si aggrappa alle cose con una forza che mai avremmo immaginato di possedere succhiandone la linfa vitale, traendone nutrimento, dominandole.
Sviluppiamo il nostro orientamento come animali feriti in cerca della via di fuga che può garantirci la vita. Senza accorgercene studiamo gli angoli delle vie, gli incroci, la forma delle case, fino a stampare il tutto nella memoria.
Le inflessioni del parlato assumono ogni giorno caratteristiche più reali, così diverse da quel sapore di cartone della grammatica che avevano prima; inizi a distinguere gli accenti delle persone: il provinciale dal metropolitano, l'ignorante dal colto.
Impari a svegliarti molte ore prima del dovuto per anticipare gli eventi: non sei a casa e l'ambiente non ti protegge. Ci sono abitudini da creare e consolidare, mille cose da capire.

E' tutto nuovo, sfavillante, ricco di potenzialità.

Il primo periodo - l'arrivo - è così. Ti accorgi che anche le azioni più insignificanti che a casa scivolavano invisibili di fronte alla coscienza, avevano una funzione ben precisa in questo training. Niente per caso.
Avete forse mai sentito di qualcuno che torna a casa con la coda fra le gambe dopo solo una settimana, in piena fase di arrivo? E' molto difficile.
Quelli che tornano lo fanno in genere solo dopo questa fase, ovvero quando inizia lo stanziamento.

Ti sei ambientato. Conosci il tuo quartiere.
Hai imparato a sopravvivere arricchendo il tuo frasario di nuove formule che prima ritenevi inutili. Ormai conosci perfettamente la linea della metropolitana e tutte le fermate dell'autobus; sai anche quando puoi non pagare il biglietto e quando sorridere per la multa imminente che stanno per prendersi quei turisti spagnoli seduti in piccionaia.

Hai capito quanto costa la vita in un mese (qui è molto più facile capire cosa è necessario e cosa non lo è).
Sono necessarie: acqua, latte, surgelati, carta igienica, affitto, spese per la lavanderia e per i trasporti.
Sono superflue: tutte le altre cose.

Però inevitabilmente - inevitabilmente - quando subentra la quotidianità tutto inizia ad avere bisogno di una senso. Il senso delle piccole cose, il senso del lavoro, della casa. Delle telefonate a casa.

Che cosa ci faccio qui? A centinaia di kilometri di distanza dalle persone che mi vogliono bene? Cosa voglio ottenere?

Gli uccelli volano nello stesso identico modo ovunque e un cielo è troppo grande per le piccole ali di un passero.
Figuriamoci due.


~~~

Ho scritto queste cose di getto. Com'è che le sento così reali?
Anche se sono a casa, a pochi km dal punto esatto in cui sono nato?


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scritto da Bakis alle 15:26 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: racconti




mercoledì, 17 novembre 2004

[ La stagione dell'amore ]

 Una cosa che ho iniziato quest'estate e ripreso qualche giorno fa.
E' il racconto che porterò stasera al laboratorio di scrittura.

Dovrei rivederlo ancora ma pazienza..
--

Dai palazzi le finestre spalancate si affacciano alla strada con le
loro tende immobili.
Dietro molte di esse le luci intermittenti di televisori dimenticati accesi.
Immagino la gente dentro che ansima dal caldo, lontana da qualsiasi idea di sesso senza l'ausilio di un condizionatore.
Esco da casa del mio amico ma non ho sonno e decido di farmi un giro. Sono le due del mattino di un ferragosto cagliaritano e non c'è un cazzo da fare, nessun posto dove andare, nessuno da chiamare.
Vado al distributore delle sigarette all'angolo ma non c'è la mia marca preferita e compro questa ciofeca leggerissima che non si sente. E' la terza di seguito che accendo.
Mi appoggio alla serranda del distributore per un po' non sapendo dove andare. In questa zona non c'è neanche un bar o una piazzetta.
Mi accorgo che dall'altra parte della strada c'è una ragazza sola in macchina. Fuma anche lei.
Sola, assorta, guarda davanti a se. Chissà se sta aspettando qualcuno (a quest'ora?) o una telefonata. Magari sta decidendo di andare a bussare alla porta del suo ex, irrompendo all'improvviso in questa notte soffocante con la speranza che il caldo e il sonno possano esserle complici nel convincere il fortunato a tornare insieme o a darle solo un'altra botta.
Probabilmente è solo incantata a pensare chissà che. O forse sta solo aspettando il suo pusher.
Si volta e mi guarda come per chiedersi che cazzo stia facendo,
sbattuto qua senza motivo.
Non sei proprio nella posizione più adatta per guardarmi con
quell'espressione, cara mia.
Le sorrido ma accende il motore e fila via. Esagerata.

Questa città è un cazzo di buco. Sono convinto che se mi facessi un giro, troverei ad una ad una tutte le persone che vorrei incontrare. Una qui una là.
E lei, dove sarà? A quest'ora forse a casa. Sola? Non lo so.

Mh.

Cerco di recuperare per strada quella brutta sensazione che ho captato in questi giorni.
Non mi piace cogliermi in fallo ma nonostante tutto sono troppo attento e vigile, specie con me stesso, per fingere di non accorgermene. Da bravo schizofrenico potenziale riesco a studiare il mio comportamento dall'esterno, analizzando i tic o le fissazioni di un periodo ma soprattutto cogliendo segnali. E questa volta è chiaro.
Ho voglia di innamorami.
Ed è una cosa che odio: aver voglia di innamorarsi è da idioti.
Ho sempre pensato che se ci si innamora è perché si trova una persona degna di questa scommessa. Anzi.
Ho sempre desiderato che fosse così ma in realtà ho sempre � piuttosto - constatato l'esatto contrario: ci si innamora quando se ne ha voglia o se ne ha bisogno. Quando il letto è troppo grande, quando le serate con gli amici troppo noiose, quando inizi a pensare che passare un periodo rinchiuso in casa non sarebbe poi così male.
Avvisaglie di rincoglionimento.

E la persona di turno serve solo a convogliare e concretizzare questo sentimento latente.
E' triste.
Così tempo fa ho abdicato a questo sentimento, il più sopravvalutato e fastidioso del mondo.
L'ammore.
Poveri stolti, ho sempre pensato, io sono oltre. Vi vedo, vi colgo in fallo. Siete ridicoli.
Però a volte vi invidio. L'ho detto.
A volte cederei un braccio per essere un po' più stupido o distratto. Per non pensare e analizzare, per fare più cose.
Credo che la felicità sia inversamente proporzionale all'intelligenza. (Sapendo di essere poco meglio di un idiota, tutto sommato non devo stare poi così male.)

Sto qui a vaneggiare ma nonostante tutto penso a lei.
Mi sono innamorato come dico io oppure ho già trovato il catalizzatore della mia voglia di innamorarmi?
Non ne ho voglia.

Mi chiedo perché l'estate sia la stagione dell'amore. Così dicono.
Forse perché anche questa è la stagione più sopravvalutata: un clima di merda e un cazzo da fare.
Forse una volta..

Si, una volta l'estate era davvero la stagione del divertimento e dell'amore.

In tempi così remoti
che a stento riesco a ricordare.


commenti : (38)
scritto da Bakis alle 12:34 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: racconti




mercoledì, 25 agosto 2004

[ Turtle Heart ]

Sembra una sera d'inverno.
Entrare in studio che è mattina e uscirne che fuori è buio e le strade sono illuminate dai lampioni. Ma la gente è fuori, sugli scalini o affacciata dai balconi. Ancora in giro in piazza o a guardare i turisti che guardano la città. Che guarda il mare.
Varco la soglia con uno strano senso di soddisfazione questa volta. Proprio ora, priopro alla fine, sentirmi libero non fa alcuna differenza. Libero da uno, solo uno dei pensieri che mi assillano.
Cerco di immaginare me stesso senza tutti questi legami. No, non sarei lo stesso.

Scrivo le cose come vengono ma non vivo le cose alla stessa maniera. Mi impegno e mi irrigidisco per filtrarle e capirle in tempo reale. Mi faccio male, urto contro gli spigoli.
E poi mi rialzo.
Sempre.

Questo pomeriggio ho preso un gelato. La gente, il sole, i piccioni. Caldo, estate.
Estate anche se è un tempo che non mi appartiene, una dimensione che mi tiene distante come un elemento estraneo. Estate anche se uscivo dall'ufficio stanco dalle ore di fronte al pc immerso nell'aria condizionata e nel fumo di sigaretta. Estate con la camicia e le calze sotto le scarpe.

Lecco un gelato al plasmon che mi ricorda tante cose.

Siamo fermi, incastrati sul corridoio. Mi guarda con un fare incerto ma la mano è ferma, il braccio teso che tiene la porta.
Io son già fuori, al buio del pianerottolo.
La guardo cercando di fingere indifferenza.
Penso che vorrei rimanere ma non vorrei dirglielo esplicitamente. So che ha capito.

Vorrei rimanere qua, vorrei passare la notte con te.

La via era desolata, completamente sgombra dalle macchine. Cosa strana per un venerdì sera appena all'inizio, in questa città che sempre più sembra abbia voglia di divertirsi e nient'altro, di dimenticare, svagarsi, sprofondare nell'oblio.
Annuso l'aria: c'è un bel freschetto, si sta benissimo.

"Sei sicura che non hai bisogno di nulla? Se vuoi ti preparo qualcosa da mangiare"
Col suo sorrisone mi risponde che no, non ha bisogno di nulla e ora fila via a nanna.
Va bene va bene, me ne vado.

Poso la macchina fotografica. Apro il moleskine desolatamente vuoto. L'emblema dei sentimenti a comando.

I never thought I would compromise.

E' che se continuo a lasciare il suo numero in memoria, dopo tutto questo tempo, è perché voglio riconoscere subito il suo nome quando mi arriverà un messaggio.

E ora cosa: un libro, un manga o un cd?
Un po' di sonno, forse.

Tomorrow,
I'll be brand new.
Brand new tomorrow.


commenti : (39)
scritto da Bakis alle 16:03 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: racconti




domenica, 11 gennaio 2004

[ La sincronicità, le coincidenze...e i buchi. ]

Visto che il tema rimbalza in giro, di bocca in blog e viceversa, propongo il pezzo di un racconto scritto circa due anni fa.

[...]

Il buio è vicino, pensai. Mi sedetti ai piedi del muro di cinta, rivolto verso il giardino con un succo di frutta. C'era una leggera brezza e nonostante mi sforzassi di cogliere istante per istante il calare dell'oscurità venni rapito da mille pensieri, confusi e contraddittori, come se stessero attendendo un attimo di immobilità per aggredirmi.

Pensavo al racconto di Andrea di qualche giorno prima. Un racconto strano, dato che Andrea non parla mai del proprio passato con l'intenzione esplicita di farlo.
Invece quel pomeriggio, versando l'acqua alle piante in giardino, a un tratto iniziò a raccontare pensieroso, quasi come se parlasse fra se e se, e io ascoltai senza dire una parola.

Mi ha raccontato che da piccolo a un certo punto, nella vasca da bagno, perse i sensi. E che per quanti tentativi facesse la madre non riusciva a svegliarlo. Era come morto.
Non so bene perché, ma l'unica cosa che al momento la madre riuscì a fare fu quella di chiamare una vecchia del paese, non un dottore o un'ambulanza, ma una vecchia vicina di casa, che in qualche modo, pronunciando parole antiche e incomprensibili, probabilmente seguendo un qualche rituale ben codificato riuscì a svegliarlo.
Dapprima sono stato come affascinato dalla storia.
Poi ho pensato... a dove sarei stato in quel momento se lui alla fine fosse veramente morto in quella vasca. Mi son chiesto se avrei percepito la sua assenza, il buco lasciato dalla sua morte (pur non avendolo ovviamente mai incontrato) molti anni dopo quell'avvenimento.

E mi è venuto in mente che proprio ora la mia vita dev'essere un avventurarsi tra queste assenze.
Migliaia di persone che non ho mai incontrato o che non sono mai nate.
Ho pensato all'eventualità che io fossi nato altrove, o da altri genitori. In tal caso sarei stato sempre io? O questa possibilità apre un altro buco - allora il mio io è il prodotto di un'inifinità di buchi...
In effetti la nostra vita non è un percorso lineare rispetto a una serie di possibilità che cogliamo, quanto l'unica possibile via risultato di un'infinità di vie possibili non realizzate.
Io sono io perché non sono quel miliardo di altri io possibili.

Questi pensieri, in effetti piuttosto confusi, mi attraversarono la testa in pochi secondi. In quegli attimi guardavo gli occhi azzurri di Andrea che come se avesse appreso perfettamente il senso delle mie riflessioni disse :

- Che coincidenza.



commenti : (19)
scritto da Bakis alle 16:48 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: racconti, sincronicità

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