Visto che il tema rimbalza in giro, di bocca in blog e viceversa, propongo il pezzo di un racconto scritto circa due anni fa.
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Il buio è vicino, pensai. Mi sedetti ai piedi del muro di cinta, rivolto verso il giardino con un succo di frutta. C'era una leggera brezza e nonostante mi sforzassi di cogliere istante per istante il calare dell'oscurità venni rapito da mille pensieri, confusi e contraddittori, come se stessero attendendo un attimo di immobilità per aggredirmi.
Pensavo al racconto di Andrea di qualche giorno prima. Un racconto strano, dato che Andrea non parla mai del proprio passato con l'intenzione esplicita di farlo.
Invece quel pomeriggio, versando l'acqua alle piante in giardino, a un tratto iniziò a raccontare pensieroso, quasi come se parlasse fra se e se, e io ascoltai senza dire una parola.
Mi ha raccontato che da piccolo a un certo punto, nella vasca da bagno, perse i sensi. E che per quanti tentativi facesse la madre non riusciva a svegliarlo. Era come morto.
Non so bene perché, ma l'unica cosa che al momento la madre riuscì a fare fu quella di chiamare una vecchia del paese, non un dottore o un'ambulanza, ma una vecchia vicina di casa, che in qualche modo, pronunciando parole antiche e incomprensibili, probabilmente seguendo un qualche rituale ben codificato riuscì a svegliarlo.
Dapprima sono stato come affascinato dalla storia.
Poi ho pensato... a dove sarei stato in quel momento se lui alla fine fosse veramente morto in quella vasca. Mi son chiesto se avrei percepito la sua assenza, il buco lasciato dalla sua morte (pur non avendolo ovviamente mai incontrato) molti anni dopo quell'avvenimento.
E mi è venuto in mente che proprio ora la mia vita dev'essere un avventurarsi tra queste assenze.
Migliaia di persone che non ho mai incontrato o che non sono mai nate.
Ho pensato all'eventualità che io fossi nato altrove, o da altri genitori. In tal caso sarei stato sempre io? O questa possibilità apre un altro buco - allora il mio io è il prodotto di un'inifinità di buchi...
In effetti la nostra vita non è un percorso lineare rispetto a una serie di possibilità che cogliamo, quanto l'unica possibile via risultato di un'infinità di vie possibili non realizzate.
Io sono io perché non sono quel miliardo di altri io possibili.
Questi pensieri, in effetti piuttosto confusi, mi attraversarono la testa in pochi secondi. In quegli attimi guardavo gli occhi azzurri di Andrea che come se avesse appreso perfettamente il senso delle mie riflessioni disse :
- Che coincidenza.
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