ìLa sincronicità mi assiste, è proprio vero.
A un certo punto lo squillo del telefonino è diventato insopportabile, ma soltanto quando era lei a chiamare. Qualcosa dentro di me ha preso forma, ha assunto nitidezza e significato. Ho dovuto mettere da parte alcune cose che mi facevano star male. E lei era tra queste.
All'inizio è stato casuale. Ma ora so che non è un caso - non è mai un caso - e dovevo capirlo.
Mi chiamava sempre quando dormivo o quando ero in macchina senza auricolare.
Poi ho iniziato a non aver voglia di rispondere: in pausa a lavoro o viceversa, nel mezzo di un passaggio delicato.
L'ho finita a lasciare il telefonino da solo a squillare, sotto un cuscino, sotto il letto, dietro lo stereo a tutto volume.
Ho bisogno di tempo, non so quanto. Non mi cercare.
E ieri ci ho ripensato, a questi tre mesi di silenzio.
Pensavo che nonostante tutto non mi è dispiaciuto. Avevo tante cose ingombranti: alcune da dimenticare, altre da lasciare un po' indietro, altre ancora da recuperare.
Mi soffochi.
Stasera finisco un lavoro un po' più tardi del previsto, capisco di non potercela fare per l'appuntamento delle 20. Allora, ma si, sto a casa: in fondo è solo lunedì.
In tutte le altre possibilità avrei spento il telefono.
Se avessi finito il lavoro prima, se avessi deciso di uscire e arrivare comunque un po' in ritardo, il telefono sarebbe stato nel salotto di Mario, sommerso di giubbotti in modalità silenziosa o più probabilmente spento.
Invece è rimasto acceso, poggiato sul mobile nero accanto al samovar, non lontano da me, intento a leggere sul divano; sento trillare ed è lei.
Non ci penso un attimo e rispondo.
-Che fine hai fatto?
-Stronzo..
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