Innamorato di me stesso / ma non corrispondo




sabato, 22 gennaio 2005

[ Un attimo prima ]

Siccome tanto prima o poi vorrei trasferire qua tutto l'archivio, facciamo che a tempo perso ri-posto qualche cosa? Chi dovesse aver già letto il post in questione mi perdonerà.
In effetti ho sempre pensato che tenere tutti  i vecchi post stipati nell'archivio sia fondamentalmente un grosso spreco.

Ecco un mio vecchio racconto, cui sono molto legato.
I fatti raccontati sono reali; ma perchè sono accaduti un po' di tempo dopo averlo scritto.

~

Un attimo prima


Martedì 25/7,h 21:42, I miss you
“...I’m so impatient
I can’t stand the wait
Who are you?...”

Stasera è successa una cosa che mi ha sconvolto.

Al videonoleggio prendo una cassetta e vedo Carla.
I contorni dei cd e delle custodie nel ripiano accanto a me sono sfumati, il volume del televisore si è ovattato improvvisamente e tutto ha rallentato intorno al suo viso, come al centro di un vortice di confusione.

Non la vedevo da almeno due anni.



L’ho conosciuta all’università, frequentavamo alcuni corsi in comune.
Fra tutta quella marea di gente, non so come la notai. Come mi capita spesso in questi casi, era come se fosse l’unica persona che riuscissi a percepire a colori mentre tutti gli altri li vedevo in una desolante gradazione di grigi. La individuavo subito sebbene non si sedesse mai negli stessi posti.
Fiutavo la sua presenza e riuscivo sempre a vederla comodamente.
A volte si girava pure lei e mi guardava per un attimo.
Arrivavo sempre molto presto in aula e, seduto nel mio posto stretto, tendevo l’occhio verso la porta e scrutavo il via vai in attesa di vederla. Lei contrariamente arrivava sempre all’ultimo.
Ci presentarono ufficialmente una mattina durante un’ora buca.
Andammo in caffetteria con alcune persone, io conoscevo Anna - mi ci aveva trascinato - lei alcuni conoscenti di Anna.
La presentazione non fu un gran che e nemmeno la chiacchierata - io parlai ben poco - ma seppi il suo nome e dal giorno dopo iniziammo a salutarci. In maniera sempre distratta e secondo la circostanza nemmeno lo facevamo. D’altronde non ci conoscevamo. Ma era sempre un passo.

Una mattina la vidi arrivare con un libro della Yoshimoto tra le mani.
Questo me l’avvicinò ancora di più, quel libro l’avevo letto, l’avrei voluta fermare.
All’epoca aveva i capelli corti, castano chiari ma si vedeva benissimo che in realtà erano più scuri. Nonostante questo contrasto di colori - probabilmente intenzionale - stava benissimo.
Stasera invece aveva i capelli molto più lunghi. Le cadevano lungo il giubbotto bianco molto lungo.
Era sola e sembrava non avere fretta. Probabilmente non c’era nessuno fuori ad aspettarla.
Ho fatto la fila lunga, ma non mi ha visto.

A lezione le cose non progredirono per nulla.
A parte un giorno a lezione di economia - casualmente e meravigliosamente lei era seduta nel posto davanti al mio - in cui fummo presi da attacchi di risatine isteriche perché non capivamo nulla.
Lei si voltava e mi chiedeva “hai capito??” e io “no, per nulla” allora si rigirava, rideva e continuava a copiare il lucido.
Quella sensazione di complicità era stranissima, come dire, pura.

Le lezioni di quel semestre finirono, io cambiai facoltà e non la rividi più.
Probabilmente anche lei ha cambiato, chi può dirlo, non mi sembrava fatta per quel tipo di discipline. Ma di sicuro non è nuovamente mia collega.

Qualche mese dopo in gelateria, un miracolo. O un miraggio. Eccola lì, nel tavolo accanto al nostro.
Nel posto in cui ero le davo le spalle.
“Cazzo! No.. no non è possibile”
Feci di tutto per spostarmi. Mi spostai.
Era con delle amiche, dovevano essere appena arrivate, stavano ordinando. Ordinava il gelato guardando in alto verso la cameriera con un sorriso da bambina.
Fui completamente assente tutta la sera. Continuavo a ripetermi che quella era probabilmente l’unica occasione che avrei più potuto avere per parlarle. Continuavo a chiedermi come dannazione avrei potuto fare.
Mi alzai per andare al bagno che era proprio dentro la gelateria, mentre noi eravamo in un grande giardino all’aperto.
Uscito, dopo due passi quasi ci scontriamo.
“Hai da accendere?” Mi guardava con un sorriso...non capivo. Era un sorriso di sfida? Mi aveva riconosciuto?
Sorrido. “Certo”. Accendo
Siamo rimasti l’uno di fronte all’altra per qualche istante. Probabilmente aspettavamo entrambi che l’altra persona dicesse qualcosa. Saranno stati tre o quattro secondi al massimo. Quattro secondi sono tantissimi.
Non so che le avrei voluto dire. Ero completamente scombussolato da quell’eventualità non considerata e la mia mente cercava disperata qualche informazione in qualche angolino buio del mio io per affrontare la situazione. La guardavo dall’alto e aveva un’espressione così tonda. Presi fiato per dire qualcosa.. qualsiasi cosa...
Allora mi è passata al fianco e mia ha fatto ciao ciao con la manina.
Quella è stata l’ultima volta in cui l’ho vista.
Fino a stasera.

Ho sperato tanto di rivederla. Ho pensato e ripensato a lei talmente tante volte che il mio desiderio si è trasformato in una sorta di preghiera. Una preghiera ad un dio molto distratto dato che io

praticamente

non so nulla di lei.


Mercoledì 26/7, h 00:10, nineteen seventy-nine
“...on a live wire
right up off the street
you and I
should meet...”


Devo aver smosso qualcosa nell’ordine degli avvenimenti. Il puzzle della mia vita non ha una sola combinazione evidentemente.
Che bello.
Stamattina uscito presto alla solita ora, la rivedo svoltato l’angolo dopo la farmacia.
Era all’altezza del bancomat, ferma. Ho supposto ovviamente che stesse prelevando dei soldi.
Ma era immobile, senza movimenti delle braccia. In realtà era sui due metri oltre il bancomat di fronte ad una vetrina, completamente assorta.
Rallento il passo sperando che si volti e mi veda ma avvicinandomi sono costretto ad accelerare un po’ per superarla.
Come la sorpasso con la coda dell’occhio vedo che si volta. Mi volto pure io.
“Ciao” mi dice. Io rallento, guardandola, non so dove vado.
“Ciao!” sorrido e continuo a camminare, ora pianissimo. Lei mi fissa un secondo e se ne va.
Non è normale!
Com’è possibile che si sia ricordata di me?


Venerdì 28/7, h 01:20, Silverfuck
“...when you lie in your bed
and you lie to yourself
bang bang you’re dead
hole in your head...”

Stasera è successo. Ci siamo parlati.
Ho rinunciato a capire tutto questo, non ci riesco. Lo prendo e basta, vorrei riuscire a esserne solo felice.
Sotto la scrivania, in ufficio, provavo a rimontare il coperchio del cabinet del pc.
Lorenzo era nello stanzino. Entra qualcuno, mi dice “vai tu”. Vado io.
Era lei. Devo aver fatto una faccia allibita.
Come se i suoni si prolungassero all’infinito e i colori perdessero i propri contorni. Ormai sono sicuro che sia una sua facoltà soprannaturale, quella di dilatare la realtà intorno a se.
Non ricordo affatto le parole esatte, penso di aver assunto il senso di quello che mi dicesse prescindendo completamente dal loro contenitore.
Esco dalla barriera di scrivanie e dico a Lorenzo che mi assento un attimo. Lui è sull’uscio dello stanzino e mi guarda strano.

Ha scoperto dove lavoro per caso l’altra mattina. Dovevo scusarla ma era una cosa importante.
E’ tornata in città martedì sera e il giorno dopo ha saputo della morte di Anna, avvenuta proprio la notte prima. Io non sapevo nulla?
Se non avesse chiamato a casa sua non l’avrebbe mai saputo.
Se fosse tornata due giorni più tardi non avrebbe vissuto tutto questo.
Se non mi avesse visto due giorni fa di fronte alla vetrina io non l’avrei mai saputo.
Ormai si erano perse di vista da parecchio tempo. Avevano stretto particolarmente nell’estate di due anni fa. La sera in cui uscirono da sole per la prima volta, le aveva chiesto di me; ci eravamo visti un attimo prima in gelateria. Non so se mi ricordavo..
In ogni caso l’inverno successivo era partita e le cose sono evaporate, come succede.
Domani ci sono i funerali.
Mentre parlava fissavo il cacciavite che avevo ancora in mano.
E’ passato talmente tanto tempo.. Anna, ci conoscevamo distrattamente da qualche anno, ma ci frequentammo proprio in quel periodo per poi perderci di vista. Già , capita..
Due anni son passati.
Mi dispiace molto anche se
probabilmente , incontrandola non avremmo scambiato che poche parole.


Sabato 29/7,h 19:20,Joga
“...coincidences make sense only with you...”

Sono arrivato tardi e nel piazzale della chiesa c’erano pochissime persone.
-Saranno tutti dentro. Che palle non ci voglio entrare... Ma perchè l’unico modo per testimoniare partecipazione per una morte è entrare in una chiesa?
Decido di aspettare fuori ma dopo due sigarette entro a cercare Carla.
La porta quasi non si apre dalla ressa. Mi metto in punta di piedi e do’ uno sguardo, dubitavo che fosse nelle prime file.
La voce del prete arrivava talmente distorta dall’eco e dall’amplificazione che non ho afferrato nemmeno una parola.
A fatica torno indietro strusciando contro le persone in piedi. Uscito mi risiedo, non so che fare.
Cosa ci faccio qui?
Da lontano vedo una sagoma avvicinarsi ma non la distinguo, metto gli occhiali, non cambia molto. Non so perchè mi ostino a usare ancora questi maledetti occhiali, è ora che li cambi, non mi servono più a nulla e per giunta sono antiquati.
Quella sagoma si avvicina, è Carla. Tiro un sospiro di sollievo, però, che ritardo.

Siamo imbarazzati non ci va di entrare. Mi sentivo completamente fuoriposto, come osservato.
Ma si, andiamocene.

Davanti al caffè quella situazione mi ricordava la volta in cui praticamente ho rotto con Marzia.
Eravamo in rotta da un bel pezzo, non ci vedevamo da un po’. Mi stupii della sua chiamata quella sera, così decisa, non era da lei. Domani ci vediamo, ok.
Ci incontrammo al bar e parlammo del più e del meno come avevamo sempre fatto. Ma non erano chiacchiere false o di routine. Era come se dovessimo scaricare tutto ciò che avevamo accumulato in quel periodo senza vederci. Forse avevamo bisogno l’uno dell’altra più di quanto immaginassimo. Abbiamo parlato davanti alla cioccolata calda, sul tavolino di vimini finchè con naturalezza emerse l’argomento che ci occupava la mente.
Fu una discussione molto calma, malinconica.
Quando scese dalla macchina fu come salutarla per vederla il giorno dopo.

Davanti al caffè con Carla mi aspettavo che da un momento all’altro mi dicesse : beh allora, non giriamoci intorno. Ma non successe.
Non fu una chiacchierata travolgente, ma la sentivo vicinissima; in effetti provavamo le stesse cose.
La ragazza al bancone ogni tanto ci guardava. Era così evidente l’assurdità della situazione?

Di ritorno dalla caffetteria abbiamo fatto la salita verso la chiesa e decidemmo di andare in cimitero.
In macchina ho messo la cassetta alla quale tengo di più, un modo per farle un sentire un pezzetto di me. La musica ha come riempito quel senso di vuoto.
L’entrata era deserta, non sono ancora arrivati. Ci fumiamo una sigaretta.
“Sai è strano. Sono tornata con il terrore di impazzire...di finire col tubo di scappamento acceso dentro un garage... Ne ero sicura. Ora mi ritrovo in mano dei fili ingarbugliati di un passato che avevo messo da parte, ed è tutto così incomprensibile. Cioè, Anna non era la mia migliore amica.. ci siamo scritte qualche volta quando sono stata via.. le avrei voluto parlare.
Ora mi sento come se il mare si fosse prosciugato e tutte le terre fossero una cosa sola; in tal caso sarei sola ovunque...partire o tornare non avrebbe senso...scusa sto delirando.
Ho voglia di un gelato. Andiamo al mare stanotte?”


h 21:50,
“...come aquile i miei sogni
attraversano il mare...”

Fra un secondo esco di casa. Sarò da lei.
C’è un caldo pazzesco, lascerò le finestre aperte.
Ora sono sicuro, è stato smosso qualcosa. Una piccola scossa che ha messo in disordine le cose.
Questa musica è bellissima, sto proprio bene. Tutto sommato non ho voglia di rinchiudermi in macchina. Vorrei tanto che venisse qui e restassimo a parlare. O che restassimo in silenzio come questo pomeriggio.
Non devo più sperare di incontrarla per caso.
Fra un attimo la vedrò, un solo attimo. Il tempo di uscire, prendere la macchina e fare due semafori.
Ed è strano pensare che in questo momento sto vivendo proprio l’attimo prima...



scritto da Bakis alle 02:54 | plink | commenti (6) | commenti (6) (p-up)
in: racconti, to the faithful departed




lunedì, 22 novembre 2004

[ Da lontano ]

Un silenzio surreale.
Pensare al lavoro oggi

pensare a qualsiasi cosa

è proprio impossibile.




Ancora silenzio.
scritto da Bakis alle 12:37 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: to the faithful departed




martedì, 27 luglio 2004

[ Non si dice mai addio agli sconosciuti ]

Error
Journal has been deleted. If you are bruko, you have a period of 30 days to decide to undelete your journal.


L'espressione "mucho dolorrrr" ( + faccia alla urlo di munch ) non ha abbastanza lettere per esprimere il "mucho dolorrrr" del mio stato d'animo.

E che cavolo.
E' la seconda volta in una settimana che mi capita di incappare in un blog chiuso.
O sospeso [ :-) ].
Ed è una strana sensazione quando questa finestrella si chiude e rimangono un sacco di storie incompiute. E quella persona - che esisteva solo nelle sue parole, solo nell'immagine che di lei ti sei creato, che aveva deciso (proprio come te) di dare una dimensione a quelle piccole cose senza senso e forma precisa in un blog - muore e scompare nella nebbia.
Ha tappato con un dito quel piccolo canale, magari così, senza pensarci.

Un po' come quando finisce un libro e pensavi che c'erano ancora tot pagine da leggere. E ci rimani male.
O come quando chiude il tuo locale preferito, o demoliscono un palazzo nel tuo quartiere, o sparisce la ragazza che incroci ogni giorno al bar, oppure quando /...

Si, è strano.
Ma, del resto, non si dice mai addio agli sconosciuti.


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scritto da Bakis alle 11:12 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: to the faithful departed




mercoledì, 07 luglio 2004

[ Without ]

Entrai in quella stanza al secondo piano, piccola e come pressurizzata da un caldo maggiolino annunciante estate di fuoco. Barcollo claustrofobico sull'uscio. Cazzo - penso, semplicemente.
Ero fatto strafatto, cotto da una birra a pranzo, una canna, dall'aria bollente dal sapore bruciato e dalle discussioni in macchina a 100 km orari su viale marconi con francesca che cercava di dare un significato esistenziale filosofico a quanto stavo per fare. E ascoltavo, rispondevo a tono, guardavo fuori il paesaggio disordinato e un po' sporco, riverso verso il cruscotto, immerso in una nausea totale.
Era una normale cameretta - di quelle che non ho mai conosciuto e che scioccamente finivo a invidiare ai miei amici come fossero una tana, un rifugio, ben diverse dal mio covo dispersivo disordinato e fin troppo grande - piccola super-accessoriata, attezzata come quella di un chirurgo abusivo per criminali. E forse lo era. Il ragazzo, un ventenne belloccio e iper-borchiato, si diceva avesse un piercing sul pene miticamente enorme.

Mi guarda sorridente, prossima vittima, e scruta le mie pupille stroboscopiche.
Accanto alla finestra a rubare un alito d'aria anch'esso caldo, un ragazzo rotondo, sudato, assistente immaginario. Mi siedo sul trono e vengo investito dalla puzza insopportabile di plastica ospedaliera dei guantini del ragazzo.
Ancora un secondo e vomito, ancora un secondo e vomito.
L�amico mi parla ma sono concentrato solo sulla mia nausea e sul caldo. Mi dice qualcosa e non capisco, non tutto, e dico ok, fai pure. Allora prende in mano una webcam attaccata al pc e iniza al filmare. Una specie di snuff-movie del mio infilzamento, un video undeground da iniettare nella rete per osservatori folli e assuefatti a tutto.
Mi contraggo, resisisto ma mi devo allontanare. In bagno mi guardo, scrutando il mio viso e cerco di imprimerlo in un ricordo, da catalogare e conservare con cura. Come se uno stupido buco dovesse davvero cambiarmi, come se dovesse davvero significare qualcosa.
E ora dopo un anno provo la stessa identica cosa, al negativo, accompagnata dalla stessa nausea.

Curioso come si cerca di vedere se stessi, di scorgere chissà quali significati o marchi nella propria pelle, attraverso uno specchio, guardando comunque - nonostante tutto - fuori di sé.
Allora fisso, immagino e imprimo. E sfilo, questa volta.

E il mio viso è irrimediabilmente diverso.




Without [1]


Anche questa è andata...
Sono un po' triste perché mi son levato il piercing. Mi piaceva tanto, c'ero affezionato ma ho dovuto: stava andando via da solo. Questione di tempo.
Mi guardo allo specchio e la mia faccia è incompleta, quasi non mi riconosco.
E' come se mi avessero strappato un braccio, anzi no, una gamba, anzi no: è come se mi avessero tagliato il p... ok, vabè non esageriamo.

Continuo a tastare il sopracciglio.
Mi manca già.

E ora inizio a racimolare il coraggio per farne - forse - un altro.


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scritto da Bakis alle 10:42 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: piercing, autoscatto, to the faithful departed




martedì, 29 giugno 2004

[ La rosa di Versailles - Lady Oscar compie 32 anni ]

Siccome che di base sono stanco e non c�ho voglia, vi invito a commemorare in religioso silenzio una cosa importantissima.

Quest�anno Berusaiyu no Bara [ La rosa di Versailles, ovvero Lady Oscar ] l�anime, compie 25 anni, il manga invece ben 32!
L'opera scaturita dalle prodigiose mani di Riyoko Ikeda è stata mandata in onda per la prima volta in Italia nel 1982.

E intanto scopro che ne è stata fatta una riduzione cinematografica kitschissima. La voglio!

Per i fan più accaniti ecco anche il LadyTest (per veri oscar-addicted: ne ho azzeccato pochissime).

La storia (per quelli che davvero ancora non la conoscono ) parla di un militare in carriera, Oscar François de Jarjayes (1755-1789); costui ama indossare abiti da donna e andare ai balli reali ubriaco dicendo cose tipo "vi salvo tutti io" "vi proteggo io", mettendo in imbarazzo il suo stalliere - che si tromba regolarmente - e la regina Maria Antonietta - che è un po� zoccola.
Nel finale muoiono tutti.




Nell'immagine, il noto spezzone in cui Andrè violenta Oscar. Ma a lei le piace ( come confesserà prima di morire crivellata dai proiettili, quando ormai lui è cieco ).


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scritto da Bakis alle 01:56 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: to the faithful departed




giovedì, 08 aprile 2004

[ Antoine, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana ]

A sessant'anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 31 luglio 1944, sono stati ritrovati i resti dell'aereo di Antoine de Saint Exupery, l'autore del Piccolo Principe, il libro più tradotto al mondo dopo la bibbia. Appena qualche anno fa un pescatore di Marsiglia ripescò un braccialetto con sopra incisi il suo nome e quello di sua moglie.

Fa uno strano effetto leggere queste cose. Se non fosse a ottanta metri di profondità nel mare, mi verrebbe da pensare che abbia raggiunto finalmente il suo amico, in quel minuscolo e lontano pianeta.

*

J'ai ainsi vécu seul, sans personne avec qui parler véritablement, jusqu'à une panne dans le désert du Sahara, il y a six ans. Quelque chose s'était cassé dans mon moteur, Et comme je n'avais avec moi ni méchanicien, ni passagers, je me préparai à essayer de réussir, tout seul, une réparation difficile. C'était pour moi une question de vie ou de mort. J'avais à peine de l'eau à boire pour huit jours.
Le premier soir je me suis donc endormi sur le sable à mille milles de toute terre habitée. J'étais bien plus isolé qu'un naufragé sur un rideau au milieu de l'océan. Alors vous imaginez ma surprise, au levé du jour, quand une drôle de petite voix m'a réveillé. Elle disait:
-S'il vous plaît... dessine-moi un mouton!


Cosi ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara. Qualche cosa si era rotta nel motore, e siccome non avevo con me né un meccanico, né dei passeggeri, mi accinsi da solo a cercare di riparare il guasto.
Era una questione di vita o di morte, perché avevo acqua da bere soltanto per una settimana.
La prima notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana. Ero più isolato che un marinaio abbandonato in mezzo all'oceano, su una zattera, dopo un naufragio.
Potete immaginare il mio stupore di essere svegliato all'alba da una strana vocetta: 'Mi disegni, per favore, una pecora?'


Riferimenti: La pagina internazionale del Piccolo Principe


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scritto da Bakis alle 12:05 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: libri, to the faithful departed




mercoledì, 31 marzo 2004

[ K ]

Nuooo.
Il mio locale/libreria preferito... CHIUDE!
Così, senza nemmeno avvisarmi.
Sono molto, molto, molto triste.

Spero in una (improbabile) smentita.
Ditemi che non è vero!!

Cazzo proprio ora che mi sono trasferito a due metri da lì?



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scritto da Bakis alle 11:38 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: libri, social life, to the faithful departed




martedì, 09 marzo 2004

[ Ode to the Cranberries ]

I Cranberries si sono sciolti.

Una delle mie cult-band, a cui sono legate una tonnellata di ricordi - che ora mi sembrano davvero più lontani e un po' più sbiaditi.
Stanotte mi ascolterò il mio cd preferito, quello bianco, ascoltato centinaia di volte.
E son passati già dieci anni.


P.s. voglio questo divano (con lei sopra).


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scritto da Bakis alle 11:15 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: musica, to the faithful departed




giovedì, 05 febbraio 2004

[ 42 ]

Uno dei miei libri cult: Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams.
Ho letto questa piccola introduzione, sabato davanti a un piccolo ma attentissimo pubblico di (sfortunati) uditori.

Spero vi incuriosisca e diverta come ha fatto con loro.

*

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.
Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era afflitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta.
E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.
Erano sempre di più quelli che pensavano che fosse stato un grosso errore smettere di essere scimmie e abbandonare per sempre gli alberi. E c'erano alcuni che arrivavano a pensare che fosse stato un errore perfino emigrare nella foresta, e che in realtà gli antenati sarebbero dovuti rimanere negli oceani.
E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per aver detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè Rickmansworth, capì d'un tratto cos'era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunchè.
Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quella idea non si seppe più nulla.
Questa non è la storia della ragazza.
E' la storia di quella stupida quanto terribile catastrofe, e di alcune delle sue conseguenze.
E' anche la storia di un libro, un libro intitolato Guida galattica per autostoppisti, un libro non terrestre e mai pubblicato sulla Terra, e che, fino al momento della terribile catastrofe, era completamente ignorato dai terrestri.
Tuttavia, si trattava di un libro notevolissimo.
In effetti, era probabilmente il libro più notevole che fosse mai stato stampato dalla grande casa editrice dell'Orsa Minore, della quale nessun terrestre aveva mai sentito parlare.
Ma non è soltanto un libro notevolissimo, è anche un libro di enorme successo, più popolare di Costruitevi la seconda casa in cielo, più venduto di Altre 53 cose da fare a Gravità Zero, e più controverso della trilogia filosofico-sensazionale di Oolon Colluphid Anche Dio più sbagliare, Altri grossi sbagli di Dio e Ma questo Dio, insomma, chi è? In molte delle civiltà meno formaliste dell'Orlo Esterno Est della Galassia, la Guida galattica per autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti molte lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchi e accademica Enciclopedia.
Uno, cosa un po' meno; due, ha stampate in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO.
Ma la storia di quel terribile, stupido giovedì, la storia delle sue straordinarie conseguenze, e la storia di come quelle conseguenze siano indissolubilmente legate al detto libro, comincia in modo molto semplice.
Comincia da una certa casa.

*

Venerdì 12 maggio 2001, a soli 49 anni, Douglas Adams è morto per un improvviso attacco di cuore.
Siamo tutti sicuri che prima o poi si ripresenterà da Milliway's assieme al grande profeta Zarquon, ma nell'attesa ci mancherà moltissimo...


commenti : (16)
scritto da Bakis alle 22:44 | plink | commenti | commenti (p-up)
in: libri, 42 , to the faithful departed

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